E pretende pure l’applauso
Il nuovo DDL sui caregiver familiari viene presentato come una svolta.
Una risposta attesa.
Un segnale di attenzione verso chi si prende cura.
Poi lo leggi e capisci che non è una svolta: è una messa in scena normativa. Una farsa ben scritta, con dentro numeri, soglie, requisiti e parole rassicuranti che servono a una cosa sola: rendere strutturale ciò che dovrebbe essere temporaneo, emergenziale, superabile.
Partiamo da un dato che andrebbe inciso a caratteri cubitali: per essere riconosciuto come caregiver familiare, secondo questo DDL, devi assistere una persona almeno 91 ore a settimana.
Novantuno. Non è una stima. È un requisito.
Tredici ore al giorno. Ogni giorno. Festivi compresi.
Non è una tutela.
È la certificazione di una dedizione totale, incompatibile con qualsiasi altra dimensione di vita: lavoro, salute, relazioni, autonomia economica.
Lo Stato, di fatto, ti dice: se non ti annulli completamente, non rientri.
Ma non finisce qui, perché il DDL non si accontenta di misurare il tempo della cura.
Misura anche la tua povertà.
Per rientrare nel perimetro devi:
– essere convivente
– avere un reddito da lavoro inferiore a 3.000 euro annui
– avere un ISEE sotto i 15.000 euro
Tradotto senza giri di parole: devi essere povero, dipendente, privo di alternative.
Questo non è un riconoscimento del lavoro di cura. È un incentivo alla rinuncia.
Il messaggio è chiarissimo: se continui a lavorare, se mantieni una minima autonomia economica, se non sei completamente assorbito dalla cura, sei fuori. Se invece sei allo stremo, allora forse lo Stato ti vede.
E cosa ti offre, in cambio?
Fino a 400 euro al mese.
Facciamo il conto, perché i conti servono a togliere il velo alla retorica:
91 ore a settimana significano oltre 360 ore al mese.
Quattrocento euro divisi per quelle ore fanno circa un euro l’ora.
Un euro l’ora per assistere persone non autosufficienti, spesso con disabilità grave, bisogni complessi, carichi emotivi e fisici enormi. Un euro l’ora per supplire a ciò che dovrebbe essere garantito come diritto pubblico universale.
Questa non è tutela. È sfruttamento legalizzato, mascherato da riconoscimento.
Ma la parte più grottesca, e più grave, arriva quando guardiamo alla platea dei beneficiari.
Il DDL stesso stima che le persone che rientreranno nei requisiti saranno circa 52.000.
Cinquantaduemila. A fronte di oltre 7 milioni di caregiver familiari reali in Italia.
Questo dato, da solo, smaschera tutto. Non siamo davanti a una misura strutturale.
Siamo davanti a una selezione estrema, pensata non per includere ma per escludere quasi tutti.
E allora la domanda diventa inevitabile: perché fare una legge che riconosce pochissimi, pagando pochissimo, a condizioni disumane?
La risposta è semplice e scomoda: perché questo DDL non nasce per garantire diritti, ma per alleggerire lo Stato dalla responsabilità della cura.
Il caregiver, in questo impianto, non è una persona da sostenere. È un ammortizzatore sociale a basso costo. Una soluzione privata a un problema pubblico.
Questo DDL non mette al centro la persona con disabilità.
Non parla di vita indipendente.
Non investe seriamente in assistenza personale autogestita.
Non rafforza i servizi territoriali.
Non costruisce alternative abitative, lavorative, sociali.
Fa una cosa molto più comoda: prende una realtà già esistente, famiglie che suppliscono alle carenze del sistema, e la normalizza per legge.
La cura diventa destino. La dipendenza diventa struttura. L’eccezione diventa modello.
E attenzione: non è un caso che questo modello colpisca soprattutto le donne. Sono loro, nella stragrande maggioranza dei casi, a rinunciare al lavoro, alla carriera, alla propria autonomia per farsi carico della cura. Questo DDL non scardina questa dinamica.
La rafforza.
La rende legittima.
La chiama “valorizzazione”.
Ma quando una figura viene continuamente celebrata come eroica, è perché il sistema intorno è fallimentare. E celebrare l’eroismo serve spesso a non cambiare nulla.
Io non sono contro i caregiver. Sono contro una legge che li inchioda a quel ruolo, invece di liberarli. Sono contro un impianto che trasforma l’assistenza in sacrificio permanente e lo paga con l’elemosina.
Il punto non è “riconoscere chi si prende cura”.
Il punto è perché debba farlo da solo, a queste condizioni, per tutta la vita.
Finché continueremo a pensare che la disabilità si gestisca in casa, finché continueremo a spostare la responsabilità dallo Stato alle famiglie, finché chiameremo “tutela” ciò che è solo contenimento della spesa, ogni DDL sui caregiver sarà una foglia di fico.
Utile a dire che qualcosa è stato fatto.
Inutile a cambiare davvero le cose.
Questa legge non è un passo avanti, ma una resa ben confezionata.
E se passerà così com’è, non avremo tutelato nessuno. Avremo solo certificato, una volta di più, che in questo Paese la cura vale poco.
E la libertà, ancora meno.
