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Quando la bellezza diventa politica: il corpo disabile e l’estetica che manca

20 Ottobre 2025

di Valentina Tomirotti

Il corpo è sempre politico.
Ma lo è ancora di più quando non risponde agli standard previsti, tollerati, venduti.

Il corpo disabile – reale, mutevole, visibile – è il grande assente nei dibattiti sulla cura estetica. Non perché non esista, ma perché è stato storicamente relegato a un doppio recinto: quello della malattia e quello della rinuncia.

La narrazione dominante ci ha insegnato che un corpo “non conforme” non ha bisogno di piacersi, ma solo di sopravvivere.
Come se fosse già troppo chiedere di esistere, figuriamoci pretendere bellezza.

Bellezza come autodeterminazione

Prendersi cura del proprio corpo – attraverso estetica, moda, accessori, colori, scelte di immagine – non è vanità.
È autodeterminazione, salute mentale, dignità.
È un modo per dire: “Io ci sono, e occupo spazio”.

Parlo per esperienza.
Sono una donna adulta, in carrozzina, con una disabilità visibile dalla nascita. Ho sempre amato il rossetto acceso, i vestiti con tagli decisi, le scarpe con dettagli inutili ma bellissimi.

Ma ogni volta che scelgo di “curarmi”, arriva lo sguardo che ti misura:
“Che bisogno hai di farlo?”

Come se l’estetica fosse un premio riservato a chi rispetta certe misure.
Come se il mio corpo non meritasse attenzione, bellezza, leggerezza.

C’è un senso di colpa collettivo e interiorizzato che accompagna ogni gesto estetico di chi ha un corpo segnato dalla disabilità.

Colpa di “non essere come si dovrebbe”.
Colpa di voler comunque attrarre, comunicare, mostrarsi.
Colpa di investire su un corpo che la società ha già archiviato come “difettoso”.

Eppure, prendersi cura di sé è un atto di resistenza.
Significa rompere lo schema che ci vorrebbe grigi, neutri, invisibili.

La salute è anche
rappresentazione

Quando parliamo di inclusione nei percorsi di salute, spesso ci fermiamo alla diagnosi, ai trattamenti, all’accesso alle cure.
Ma la salute non è solo assenza di malattia: è anche benessere, rappresentazione, riconoscimento.

Un sistema sanitario che esclude corpi come il mio dalle campagne di prevenzione, dalle immagini pubblicitarie, dai dispositivi medicali progettati su standard unici, sta scegliendo di ignorare parte dell’umanità.

Allo stesso modo, un’estetica che non prevede la varietà dei corpi nelle sue narrazioni non è neutra.
È escludente.

L’estetica accessibile: una
questione di diritti

I servizi estetici raramente sono accessibili.
Non lo sono fisicamente, con barriere architettoniche che impediscono l’ingresso o l’utilizzo dei lettini.
E non lo sono economicamente, per chi vive con pensioni di invalidità insufficienti.

La bellezza resta un privilegio, non un diritto. Eppure dovrebbe esserlo.

Dovrebbe esistere un’estetica accessibile, pensata per tutti i corpi, con strumenti, ambienti, linguaggi adeguati.
Senza pietismo, senza infantilizzazione, senza spettacolarizzazione.

Rovesciare la prospettiva

Nella cultura dell’efficienza e della performance, il corpo disabile è ancora visto come un fallimento.

Ma cosa succederebbe se cambiassimo prospettiva?
Se cominciassimo a considerarlo come un corpo pieno, capace di esprimere identità, desideri, stili?
Se ridefinissimo la stessa idea di normalità, smettendo di misurare la salute sull’aderenza a uno standard?

In fondo, non si tratta solo di “includere” i corpi non conformi, ma di riscrivere le regole del gioco.
Di smettere di considerare l’estetica un premio riservato a chi è conforme, e iniziare a riconoscerla come parte della curaUna cura che non guarisce, ma che sostiene. Che non nasconde, ma che rivendica. Che non uniforma, ma che libera.

Un’estetica che parla anche la mia lingua

Io non voglio dover scegliere tra visibilità e rispetto, tra autodeterminazione e accettabilità.
Voglio un’estetica che parli anche la mia lingua, che conosca la mia storia, che sappia immaginare me – e chiunque altro – come parte dell’orizzonte possibile.

Un’estetica capace di accogliere tutte le traiettorie dei corpi, senza gerarchie.
Perché ogni corpo è valido.
E ogni corpo merita cura, anche quella più frivola.
Perché anche la frivolezza è libertà.

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