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Disabilità a intermittenza

16 Maggio 2026

di Valentina Tomirotti

Sull’abilismo gentile, la pedagogia della carrozzina e la geometria variabile dell’identità nell’attivismo italiano

C’è un meccanismo che attraversa il modo in cui in Italia si parla pubblicamente di disabilità, e che merita di essere descritto con calma, perché agisce in profondità e produce conseguenze concrete sulle vite delle persone disabili che non hanno accesso ai microfoni. Il meccanismo riguarda la geometria variabile dell’identità, cioè la possibilità che alcune figure pubbliche hanno di accendere e spegnere la propria appartenenza alla categoria a seconda della convenienza retorica del momento, e riguarda parallelamente le pratiche di sensibilizzazione che si fondano sull’esperienza simulata, in particolare quelle che invitano persone non disabili a trascorrere qualche ora in carrozzina per capire. Due fenomeni che sembrano distanti e che invece descrivono lo stesso problema, cioè un ecosistema dell’attivismo in cui la disabilità funziona come dispositivo narrativo prima ancora che come questione politica.

Cominciamo dal primo fenomeno, perché è il più scivoloso da maneggiare e quello che produce il maggior numero di equivoci nel dibattito interno alla comunità. Nessuna persona disabile è obbligata a fare attivismo sulla disabilità. La rivendicazione di una complessità individuale che non si esaurisce nella diagnosi è una conquista politica fondamentale, scritta nei testi dei disability studies da decenni, e va difesa senza ambiguità. Una persona disabile che lavora come ingegnera, come musicista, come insegnante, ha tutto il diritto di occuparsi della propria professione e di parlare di disabilità solo se e quando lo desidera. Su questo punto non c’è discussione possibile. Il problema si presenta in una forma diversa, e cioè quando questa rivendicazione di complessità viene esercitata non da persone disabili qualunque, ma da figure pubbliche che hanno costruito la propria visibilità mediatica proprio sulla disabilità, e che continuano a beneficiarne nel momento esatto in cui dichiarano di volersene smarcare.

La differenza è politica, non psicologica, e va tenuta ferma. Una cosa è una persona che vive la propria condizione in modo riservato e che decide cosa rendere pubblico e cosa no. Un’altra cosa è una persona che ha trasformato la propria biografia in capitale narrativo, che ha conquistato spazi istituzionali, deleghe, interviste, ascolto pubblico in virtù di quella biografia, e che poi rivendica il diritto di non occuparsi di disabilità quando l’argomento diventa scomodo, quando il consenso trasversale che si è costruita rischia di rompersi. Questa non è complessità, è gestione strategica della propria identità in funzione della propria sostenibilità mediatica. È una forma di disabilità a intermittenza, che si accende per il discorso ispirazionale e si spegne davanti al conflitto.

Il dispositivo funziona in una sola direzione, ed è qui che si rivela. Si invoca la complessità individuale per non rispondere fattivamente su welfare, sull’abilismo strutturale dei partiti, sui tagli regionali, sulle politiche concrete delle istituzioni con cui pure si dialoga. Non la si invoca mai, però, per rifiutare l’invito al convegno in cui si parla di disabilità, per declinare l’intervista in cui si è chiamati come voce della comunità, per rinunciare al ruolo simbolico nelle iniziative pubbliche. Quando la disabilità apre porte, si entra. Quando la disabilità chiede di prendere posizioni che potrebbero chiudere altre porte, si dichiara di occuparsi di tante cose, e questa specifica non rientra oggi tra le priorità. La libertà di non parlare appartiene davvero a chi non ha mai usato quella parola come leva. Chi l’ha usata ha contratto un debito di coerenza, e provare a sottrarvisi selettivamente solo sui temi divisivi è una manovra che merita di essere descritta per quello che è, cioè un privilegio negoziato sulle spalle di chi quel lavoro lo fa senza copertura.

Veniamo al secondo fenomeno, che è collegato al primo da un filo sottile e robusto. L’idea che una persona non disabile possa capire cosa significhi la disabilità trascorrendo un’ora in carrozzina è una delle più persistenti dell’immaginario abilista italiano e ritorna ciclicamente sotto forma di iniziative pubbliche che producono fotografie commoventi, articoli benevoli, sindaci che spingono, assessori che si commuovono. Il dispositivo si basa su un equivoco fondamentale, cioè la riduzione della disabilità alla sua manifestazione architettonica più visibile, come se il problema fosse il marciapiede sconnesso e non l’intera architettura sociale che produce e mantiene la marginalità. La disabilità, per chi la vive, non è un percorso urbano di un’ora con applauso finale. È un assetto complessivo della vita che include la burocrazia sanitaria, la precarietà del caregiver, l’accesso al lavoro mediato da un sistema di collocamento mirato che funziona poco e male, l’isolamento sociale, la sessualità negata, la genitorialità sorvegliata, la violenza istituzionale, l’impossibilità di costruire una vita indipendente perché lo Stato non la finanzia. Tutto questo non si fa provare camminando dietro a una carrozzina.

L’esperienza simulata è un dispositivo che produce empatia a basso costo, e l’empatia a basso costo è una delle merci più richieste dall’attuale economia della sensibilizzazione. Funziona perché chi la organizza ha bisogno di un’immagine forte da restituire, e perché chi la attraversa ha bisogno di una piccola epifania emotiva che lo confermi nel proprio ruolo di alleato della causa. È un rito, e come tutti i riti serve più a chi lo officia che a chi lo subisce. Nella scena, le persone disabili non figurano come soggetti politici che pretendono diritti, ma come dispositivi pedagogici al servizio della scoperta altrui. Il loro corpo, la loro carrozzina, la loro fatica vengono prestati alla causa di un’illuminazione che riguarda chi non è disabile, e che si chiude nel tempo di una passeggiata, dopo la quale la vita ricomincia identica per chi ha imparato e identica anche per chi è stato imparato sopra.

C’è una continuità precisa tra i due fenomeni, ed è questa continuità che vale la pena nominare. Sono due forme della stessa cosa, l’abilismo gentile che si presenta come alleato. Nella prima forma prende le sembianze del disabile pubblico che dosa la propria appartenenza in funzione del proprio interesse mediatico, ed è abilismo perché tratta la condizione disabile come asset comunicativo invece che come posizione politica da abitare con coerenza. Nella seconda forma prende le sembianze dell’alleato non disabile che si commuove al momento giusto, che organizza l’evento giusto, che pronuncia le parole giuste, e che però non chiede mai conto alle istituzioni con cui ha rapporti, non spinge mai per le riforme che servono, non rinuncia mai al proprio ruolo centrale nella scena. In entrambi i casi quello che si produce è occupazione di spazio. Spazio occupato a discapito di chi quel lavoro politico lo fa senza visibilità, senza alleanze rassicuranti, senza la possibilità di dosare la propria esposizione in funzione del consenso.

Il danno principale di questa configurazione non è simbolico, è materiale. Quando l’attivismo pubblico sulla disabilità diventa un campo presidiato da figure che maneggiano la propria appartenenza come strumento di carriera e da alleati che maneggiano la sensibilizzazione come strumento di rappresentazione di sé, le questioni che restano fuori dal radar sono sempre le stesse. La vita indipendente non finanziata, il caregiver familiare che si ammala dopo vent’anni di lavoro non riconosciuto, le donne disabili escluse dai discorsi sulla violenza di genere, le persone con disabilità intellettiva private della capacità giuridica con la stessa disinvoltura con cui si firma un modulo, l’occupazione che resta sotto la media nazionale di venti punti, i fondi PNRR spesi senza coinvolgimento reale delle organizzazioni rappresentative. Sono temi che non producono fotografie commoventi e che non si prestano alla narrazione ispirazionale. Sono temi che richiedono conflitto, e il conflitto è esattamente ciò che la geometria variabile dell’identità e la pedagogia della carrozzina sono costruite per evitare.

La domanda da cui sono partita, quindi, va riformulata in chiusura. Non è se una persona disabile sia tenuta a parlare di disabilità. La risposta è no, e va difesa con forza ogni volta che qualcuno prova a strumentalizzarla in senso contrario. La domanda è un’altra, ed è se l’ecosistema mediatico italiano possa continuare a riconoscere come voci legittime dell’attivismo sulla disabilità soltanto quelle che si possono permettere di accendere e spegnere la propria appartenenza in base alla convenienza, e quelle che si prestano al ruolo di alleato senza mai mettere in discussione il proprio ruolo nella scena. Finché funzionerà così, il lavoro politico vero continuerà a essere fatto altrove, da persone che non vengono invitate ai convegni e che non scrivono per i grandi giornali, e che continuano a chiedere diritti mentre qualcuno, su un palco illuminato, spiega di occuparsi di tante cose.

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