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Figlicidio abilista: quando la disperazione diventa un alibi culturale

7 Dicembre 2025

di Valentina Tomirotti

A Corleone, in provincia di Palermo, una madre di 78 anni ha strangolato la figlia di 47 anni con disabilità e poi si è tolta la vita. La cronaca ha parlato di “dramma familiare”, di “omicidio-suicidio”, di “disperazione per la solitudine dopo la morte del marito”.

I fatti, però, sono brutali e semplici:
una donna è stata uccisa. Poi c’è stato un suicidio.

Il modo in cui raccontiamo ciò che è accaduto non è un dettaglio semantico. È il punto in cui si decide se questa vicenda resterà un caso isolato di cronaca nera o se diventerà l’ennesimo tassello di un pattern più ampio: quello in cui la vita di una persona con disabilità viene considerata, anche solo implicitamente, meno intoccabile delle altre.

Non casi isolati: quando a morire è sempre la
persona con disabilità

Quello di Corleone non è un episodio unico. Negli ultimi anni, in Italia, diversi casi di genitori che uccidono figli adulti con disabilità sono stati raccontati con titoli e frame molto simili: “madre uccide la figlia disabile e tenta il suicidio”, “mamma ammazza figlia disabile, omicidio per pietà”, “tragedia nel Torinese, madre uccide figlia disabile a martellate”.  A livello internazionale, esiste persino una ricorrenza dedicata: la Giornata del lutto per le persone con disabilità uccise dai propri familiari. Ogni 1° marzo, in diverse città del mondo si tengono veglie e momenti di memoria per ricordare chi è stato ucciso proprio da chi avrebbe dovuto proteggerlo. Non parliamo di “incidenti” sporadici, ma di un fenomeno:
quando la persona uccisa ha una disabilità, la sua morte viene quasi sempre incorniciata come “gesto disperato”, “atto di pietà”, “liberazione dalla sofferenza”.

È qui che il termine figlicidio abilista diventa utile: non è solo il fatto che un genitore uccide un figlio o una figlia con disabilità; è il modo in cui la disabilità viene usata per attenuare, spiegare, rendere comprensibile l’omicidio.

La rappresentazione mediatica della disabilità in Italia non è neutra. Studi recenti sulla copertura giornalistica dell’agenzia ANSA mostrano che le persone con disabilità vengono frequentemente incasellate in due grandi narrazioni:

  • quella eroica (il “superabile” che ce la fa “nonostante tutto”),

  • e quella tragica/pietistica (la vita come peso, sofferenza, dipendenza). 

Come i media raccontano la disabilità (e perché è un problema)

Quando queste narrazioni si incrociano con casi di violenza o omicidio, il rischio aumenta: la cronaca smette di limitarsi ai fatti e si appoggia a scorciatoie culturali già pronte – pietà, sacrificio, destino, “atto d’amore estremo”. Lo stesso meccanismo, peraltro, è stato ampiamente criticato negli studi sul modo in cui i media raccontano i femminicidi: titoli che trasformano un omicidio in “raptus di gelosia”, “troppo amore”, “tragedia della coppia”, spostando il focus dal reato alla psicologia dell’autore.
Nel caso del figlicidio abilista, succede qualcosa di molto simile:

  • la vittima scompare come soggetto (non ha volto, storia, desideri, diritti),

  • la disabilità viene enfatizzata come “peso insostenibile”,

  • l’autore del reato viene raccontato quasi esclusivamente come figura schiacciata dalle circostanze.

Il risultato?
L’omicidio viene raccontato come un epilogo tragico ma “comprensibile”.

Questa è la narrazione che contesto: non perché ignori la disperazione, ma perché so che, culturalmente, ogni volta che rendiamo “comprensibile” l’uccisione di una persona con disabilità, stiamo abbassando la soglia di intollerabilità verso la sua morte.

I numeri che non possiamo far finta di non vedere: caregiver e solitudine strutturale

Chi parla di queste vicende come se fossero puro “mostruoso gesto individuale” ignora una parte fondamentale del quadro: il contesto materiale.

In Italia si stima che i caregiver familiari siano oltre 7 milioni: persone che si prendono cura di un familiare non autosufficiente, con disabilità, fragilità croniche o legate all’età. La maggioranza sono donne. 

Secondo analisi recenti, circa il 13,5% della popolazione svolge funzioni di caregiving familiare; molte e molti sono costretti a ridurre l’orario di lavoro o a rinunciarvi completamente, con ricadute pesanti sul reddito e sull’autonomia economica. 

Un rapporto sul valore sociale del caregiver segnala inoltre che una quota significativa delle famiglie con persone con disabilità vive con ISEE molto bassi, spesso sotto i 10.000 euro annui, a testimonianza di una vulnerabilità economica strutturale.

Questi numeri confermano ciò che le famiglie ripetono da anni:

  • la cura è in larga parte privata e gratuita,

  • i sostegni economici sono insufficienti,

  • i servizi territoriali (centri diurni, assistenza domiciliare, supporto psicologico) sono frammentati e a macchia di leopardo,

  • la prospettiva del “dopo di noi” resta, nella pratica, un’incognita angosciante.

Il “Dopo di noi”: legge esiste, sistema no (o quasi)

Nel 2016 l’Italia ha approvato la Legge 112/2016, nota come “Legge sul Dopo di noi”. Sulla carta, questa norma prevede misure di assistenza, cura e protezione per le persone con disabilità grave prive del sostegno familiare, istituendo un Fondo nazionale dedicato e strumenti giuridici (trust, vincoli di destinazione, fondi speciali) per garantire un progetto di vita anche dopo la morte dei genitori.
Nella pratica, però:

  • l’accesso è spesso limitato ai casi di “disabilità grave” secondo criteri ristretti,

  • le risorse del Fondo nazionale vengono ripartite tra le Regioni e non sempre tradotte in servizi stabili,

  • molti territori non offrono percorsi strutturati di co-housing, abitare supportato, vita indipendente reale,

  • la regia complessiva tra servizi sociali, sanitari e terzo settore resta fragile.

Di Dopo di noi si parla da almeno quarant’anni.
La legge c’è, ma la distanza tra il testo e la vita quotidiana di molte famiglie resta enorme.

È in questa frattura che si infila la paura:
“Quando non ci sarò più, che ne sarà di mio figlio/mia figlia?”

Una paura legittima, concreta, politica. Ma che non può trasformarsi in alibi culturale per leggere come comprensibile l’omicidio di quella stessa figlia o di quel figlio.

Abilismo non è un insulto: è una struttura

In Italia la parola abilismo viene spesso liquidata come slogan ideologico. In realtà, indica un meccanismo preciso: la gerarchia tra corpi e vite considerati “pieni” e corpi e vite considerate “difettose”, “pesanti”, “meno desiderabili”.

Nel figlicidio abilista vediamo questo meccanismo all’opera in modo brutale:

  • la vita con disabilità viene implicitamente raccontata come “peggiore della morte”,

  • la dipendenza diventà sinonimo di non-vita,

  • la morte viene presentata come “liberazione dalla sofferenza”,

  • l’omicidio viene incorniciato come “atto di pietà” o “amore estremo”.

È abilismo perché la disabilità non è un semplice dato di contesto:
è l’elemento su cui appoggia la narrazione attenuante.

Non a caso, esistono studi che mostrano come anche nel cinema e nella narrativa mainstream le persone con disabilità vengano spesso rappresentate come esistenze tragiche, destinate all’infelicità o alla morte “significativa”, là dove per gli altri personaggi si considera normale la prospettiva di una vita in avanti. Quando questo immaginario incontra la cronaca nera, il terreno è già pronto.

Tenere insieme due piani: l’atto individuale e la responsabilità collettiva

Di fronte a casi come quello di Corleone si tende a polarizzare il discorso:

  • da una parte chi condanna “il mostro” e ne fa solo un caso patologico individuale;

  • dall’altra chi assolve quasi completamente l’autore, spostando tutta la colpa sulle istituzioni assenti.

Entrambe le letture, da sole, sono insufficienti.

È necessario tenere insieme due piani, senza che uno cancelli l’altro:

  1. Il piano dell’atto: una persona è stata uccisa. Questo va nominato. È un omicidio.

  2. Il piano del contesto: quella famiglia è stata verosimilmente lasciata sola, con un carico assistenziale enorme, senza risposte strutturali sul presente e sul futuro.

Dire che l’omicidio è “solo colpa della disperazione” è falso, perché cancella la responsabilità individuale.
Dire che è “solo colpa della madre” è altrettanto falso, perché cancella le responsabilità di uno Stato che non costruisce alternative alla disperazione.

Ma c’è un punto che resta intoccabile:
la disperazione spiega il contesto, non legittima la soppressione di una vita.

Se su questo iniziamo a negoziare, allora tutto diventa potenzialmente “comprensibile”:
dal figlio con disabilità al neonato indesiderato, dalla persona anziana con demenza al partner considerato “troppo fragile per affrontare la vita”.

Il ruolo (pesantissimo) del giornalismo

Che cosa può fare il giornalismo, in tutto questo?

Almeno tre cose, subito:

  1. Chiamare i fatti con il loro nome

    • Evitare espressioni come “doppio suicidio” quando c’è un omicidio seguito da suicidio.

    • Non parlare di “liberazione dal dolore” o “atto d’amore”.

    • Dare soggettività alla vittima con disabilità: non solo “la figlia disabile”, ma una persona con un nome, una storia, un pezzo di mondo.

  2. Riconoscere e dichiarare il contesto strutturale

    • Inserire dati su caregiver, servizi, leggi esistenti e loro limiti.

    • Esplicitare che la solitudine non è un destino privato, ma il prodotto di scelte politiche.

  3. Rifiutare la retorica della tragedia inevitabile

    • Ogni volta che scriviamo “non poteva che finire così”, stiamo assolvendo tutti: lo Stato, la comunità, noi stessi.

    • Il messaggio da mandare è l’opposto: non doveva andare così. Non era inevitabile.

La ricerca sui media lo dice chiaramente: il modo in cui raccontiamo violenza, differenze, disabilità influisce sulla percezione sociale e anche sulle scelte politiche. 

Non è una questione di “buonismo linguistico”, ma di responsabilità.

Dal lutto alla politica: che cosa servirebbe davvero

Se vogliamo che casi come questo non si ripetano (o si ripetano meno), il punto non è “capire di più l’omicidio”, ma capire meglio dove intervenire prima.

Qualche pista concreta:

  • una legge nazionale organica sul caregiver familiare, con diritti previdenziali, sostegni economici reali, servizi di sollievo e supporto psicologico strutturale; 

  • il pieno finanziamento e l’applicazione omogenea della Legge 112/2016 sul Dopo di noi, in chiave di vita indipendente e non solo di gestione patrimoniale;

  • la costruzione di percorsi di abitare supportato, co-housing, comunità di vita autonoma che non siano “istituti riverniciati”, ma luoghi di libertà reale; 

  • linee guida vincolanti per il racconto giornalistico dei casi che coinvolgono persone con disabilità, così come esistono (e vengono discusse) per femminicidi e violenza di genere; 

  • campagne pubbliche che mettano al centro la persona con disabilità come soggetto di diritti, desideri, relazioni, e non solo come “figlio fragile” o “peso familiare”.

Possiamo discutere per ore di toni, sensibilità, vissuti diversi.
Possiamo – e dobbiamo – continuare a denunciare il fallimento di un sistema che lascia sole famiglie e persone con disabilità.

Ma c’è un confine che, come società, non possiamo permetterci di spostare:

una persona uccisa resta una persona uccisa.
La disabilità non è mai una giustificazione, nemmeno narrativa.

Tutto il resto, servizi, leggi, fondi, “dopo di noi”, si costruisce a partire da lì:
dal riconoscere che la vita delle persone con disabilità è intoccabile quanto tutte le altre.

Se iniziamo a raccontare il contrario, anche solo per “comprensione”, non stiamo facendo cronaca.
Stiamo scrivendo il copione della prossima tragedia.

E questo, da giornalista e da persona, io non lo accetto.

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