Sul 1° maggio di Meloni, sull’inspiration porn istituzionale, e sulle due ipotesi su chi le ha aperto la porta.
PizzAut non salva il mondo. E Acampora lo sa.
C’è una cosa che funziona sempre, nella comunicazione politica: scegliere il luogo giusto, nel giorno giusto, con le persone giuste. E il 1° maggio a PizzAut è stato, oggettivamente, un luogo perfetto, perché PizzAut non è solo un ristorante. È un simbolo. È una narrazione già pronta. È lavoro, disabilità, inclusione, speranza. È tutto quello che serve per costruire un’immagine empatica senza doverla davvero attraversare. Infatti la scena è impeccabile: la Presidente del Consiglio che entra, saluta, sorride, ascolta, magari si emoziona. I “lavoratori più straordinari”, la frase è già titolo, è già share, è già consenso, ma è proprio qui che bisogna fermarsi.
Il 1° maggio 2026 Giorgia Meloni non ha visitato dei lavoratori. Ha visitato un set. Il set scelto era PizzAut di Monza, la pizzeria della Fondazione PizzAut ETS che impiega ragazzi e ragazze nello spettro autistico. Il messaggio di Meloni, riportato da tutte le agenzie, è stato: «Per la festa dei lavoratori sono venuta dai lavoratori più straordinari». Acampora, fondatore di PizzAut, ha parlato di «messaggio potentissimo». Sui social, intanto, la presidente del Consiglio si infilava il grembiule rosso, firmava due lettere di avanzamento di livello e riceveva una collana fatta a mano da una delle ragazze.
Tutto bellissimo. Tutto perfettamente costruito ed è proprio questo il problema.
Il 1° maggio è la festa di chi lavora, non di chi guarda lavorare
Il primo maggio è la giornata internazionale dei lavoratori. Nasce dal sangue di Chicago del 1886, dalle otto ore, dagli scioperi, dalle morti sul lavoro. È la giornata in cui, in qualunque paese democratico che si rispetti, i capi di governo escono e si confrontano con il lavoro vero: quello che paga male, quello che muore in cantiere, quello in nero, quello delle braccianti dei campi, quello delle riders, quello delle operaie tessili pagate a cottimo. È la giornata in cui le piazze sindacali sono piene e i palchi sono presidiati da chi rappresenta milioni di persone che la sera arrivano a fine mese a fatica. Meloni quella piazza l’ha evitata. Ha evitato Marghera, dove erano Cgil, Cisl e Uil. Ha evitato San Giovanni a Roma. Ha evitato qualunque luogo dove le si potesse chiedere conto del decreto lavoro appena approvato, quello che, secondo Landini, sposta 960 milioni dalle tasche dei lavoratori a incentivi per le imprese, senza un euro in più in busta paga. Ha scelto invece una pizzeria di Monza dove sapeva che nessuno le avrebbe chiesto del salario minimo, dei contratti pirata, del lavoro povero.
┃ I numeri che il video di Palazzo Chigi non mostra ┃ ┃ • 350 milioni tolti al fondo disabilità nel 2023 ┃ • Fondo unico 2025: 231,8 vs 282 milioni ┃ • 50 milioni vincolati all’autismo: spariti ┃ • Fondo caregiver familiare: ridimensionato
Questo è il primo punto, e va detto con chiarezza: non è stato un errore di calendario, è stata una scelta di regia. La premier ha sostituito la festa del lavoro con la festa della propria immagine, e l’ha fatto usando come fondale un gruppo di lavoratori che, per definizione politica della sua stessa maggioranza, non sono nella posizione di rispondere male davanti a una telecamera.
La regia: come si confeziona una pupazza
Guardiamo il video pubblicato dal sito del governo. La premier arriva alle 11 del mattino, prima dell’apertura del locale, quando in piazzale ci sono solo le forze dell’ordine. I ragazzi sono schierati ad attenderla. Uno dice la frase «Ciao Giorgia, sono Mirko e sono felice di conoscerti», riportata da tutte le agenzie come fosse spontanea. Le viene messa addosso la pizza tricolore costruita esattamente per la fotografia. Riceve il grembiule rosso, le fanno firmare due avanzamenti di livello, atti che dovrebbero essere amministrazione interna di un’azienda e che invece diventano, per espressa interpretazione dei comunicati, «un riconoscimento pubblico del ruolo professionale svolto». Niente di tutto questo è improvvisato. È un set televisivo. La differenza con un set di fiction è che qui i comprimari sono persone reali, con disabilità reali, e il loro consenso a stare in scena nasce in un contesto in cui dire di no a chi ti porta visibilità non è davvero possibile. La presenza della viceministra al Lavoro Maria Teresa Bellucci, citata in tutte le ricostruzioni, completa l’apparato istituzionale e trasforma quella che viene venduta come «visita privata» in un atto politico di propaganda governativa, distribuito poi attraverso i canali ufficiali della Presidenza del Consiglio. E qui sta la prima asimmetria di potere che va nominata: chi gestisce la regia decide quale realtà raccontare. Meloni dentro PizzAut diventa la premier vicina ai «lavoratori più straordinari». Meloni davanti a un cancello di una fabbrica del nord-est in sciopero diventa altro. La scelta del set è la scelta della narrazione, e la scelta della narrazione è la scelta dei diritti che si decide di vedere e di quelli che si decide di non vedere.
Cosa non si vede in quel video: i numeri di un mandato
Mentre la premier firmava avanzamenti di livello a Monza, fuori dall’inquadratura c’erano i conti del suo governo. Conti che riguardano direttamente le persone disabili e le loro famiglie. A ottobre 2023, con il decreto Anticipi, il governo Meloni ha tolto 350 milioni di euro al Fondo per le politiche in favore delle persone con disabilità per coprire altre voci di bilancio, tra cui l’aumento degli oneri del Superbonus. È un fatto, non un’opinione: lo certifica anche Pagella Politica nel suo fact-checking. La giustificazione del governo è stata che quei fondi non erano stati spesi perché mancavano i decreti attuativi della legge delega. Una giustificazione che però non risponde alla domanda vera: perché non sono stati spostati su altre emergenze del settore disabilità invece che sul Superbonus. Nella manovra successiva, il nuovo Fondo unico per l’inclusione delle persone con disabilità è stato istituito con una dotazione di 231,8 milioni l’anno, a fronte di un complesso di fondi soppressi che, secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio, valeva 282 milioni. Tra i fondi assorbiti e ridimensionati c’erano quelli per il caregiver familiare, per l’autonomia e la comunicazione delle alunne e degli alunni con disabilità, per le persone sorde. Un emendamento ha poi gonfiato il fondo a 552 milioni per il solo 2024, ma dal 2025 è tornato ai 231,8 milioni iniziali. Cinquanta milioni che prima erano specificamente destinati a iniziative per persone con disturbo dello spettro autistico sono stati assorbiti e diluiti nel calderone del fondo unico, senza più una destinazione vincolata.
“Inspiration porn istituzionale, ed è dannoso esattamente quanto quello commerciale, forse di più.”
Tradotto: il governo che il 1° maggio ha pranzato a PizzAut è lo stesso governo che ha sottratto risorse alle famiglie con figli e figlie autistiche, ai caregiver, alle persone con disabilità sensoriali. La premier sorrideva ai «lavoratori più straordinari» mentre i loro coetanei e coetanee, fuori da quel locale, perdevano sostegni concreti. Le madri che lasciano il lavoro per assistere figli disabili e che il fondo caregiver lo aspettavano come ossigeno, dal video di Palazzo Chigi non sono comparse. Non avevano una pizza tricolore da consegnare.
PizzAut non è il modello. È un modello. E non basta.
PizzAut è una pizzeria che assume persone autistiche. Bene. È utile? Sì. Salva il mondo? No. Ed è da qui che bisogna partire, perché la narrazione costruita intorno al 1° maggio fa esattamente il contrario: trasforma una buona pratica privata in paradigma universale dell’inclusione lavorativa delle persone autistiche. Come se l’autismo fosse una sola cosa, come se le aspirazioni professionali di una persona nello spettro fossero per definizione compatibili con il servizio in sala, come se bastasse aprire altre PizzAut per risolvere il problema. Non è così, e chiunque conosca anche solo superficialmente il tema lo sa.
L’autismo è uno spettro, parola che dovremmo prendere sul serio. Ci sono persone autistiche che vogliono fare le ricercatrici, le programmatrici, le insegnanti, le artiste, le impiegate pubbliche, le avvocate, le contabili. Persone che non hanno alcuna intenzione di fare le pizzaiole o le cameriere, e che hanno tutto il diritto di non volerlo fare. Persone che hanno bisogno di adattamenti dell’ambiente di lavoro tradizionale (luci, suoni, prevedibilità, modalità di comunicazione) e che andrebbero collocate in aziende ordinarie con quegli adattamenti, non in un locale-vetrina dove la disabilità è visibile per definizione. Le persone autistiche con esigenze di supporto più alto, poi, da PizzAut non passano nemmeno: il modello seleziona chi è già in grado di reggere il servizio al pubblico, e lascia fuori chi non lo è.
Trasformare PizzAut nel simbolo dell’inclusione lavorativa autistica significa esattamente questo: dire alle persone autistiche che il loro posto nel mondo del lavoro è quel posto lì, dove sono visibili, dove la loro condizione è il prodotto, dove ogni cliente che entra a mangiare una pizza si sente in pace con la propria coscienza civica. È omologazione, non inclusione. È costringere uno spettro a stare dentro un’unica narrazione perché quella narrazione è digeribile, fotografabile, raccontabile. Le persone autistiche che vogliono fare altro, che fanno altro, che non vogliono essere il fondale di nessuna passerella, da quella narrazione spariscono. E poi c’è la domanda che il 1° maggio rende ineludibile: cosa pensa di fare Acampora, esattamente. Perché qui le opzioni sono due, e nessuna è comoda. Prima opzione: non sa. Non sa che il governo che ha appena ospitato è lo stesso che ha tolto 350 milioni al fondo disabilità per coprire il Superbonus, che ha dimezzato i fondi per il caregiver familiare, che ha fatto sparire i 50 milioni vincolati alle iniziative per le persone con disturbo dello spettro autistico dentro un fondo unico più piccolo della somma dei fondi soppressi. Non sa che le famiglie dei suoi stessi ragazzi e delle sue stesse ragazze, fuori dal locale di Monza, perdono ogni anno sostegni concreti per effetto delle politiche del governo che lui ha appena definito «messaggio potentissimo». È un’ipotesi imbarazzante, perché significherebbe che chi guida un progetto sull’autismo non segue le politiche pubbliche sull’autismo. Non è credibile.
“O non sa, o lo sa e gli fa comodo. Tra le due, lo scambio è l’ipotesi realistica.”
Seconda opzione: lo sa. Sa benissimo cosa ha fatto e cosa non ha fatto questo governo, e ha calcolato che l’esposizione mediatica derivante dalla visita della premier vale più del costo politico di legittimarla. È un calcolo. Si chiama scambio: io ti do il fondale, tu mi dai la visibilità. Il governo ne esce ripulito da una giornata che altrimenti sarebbe stata politicamente disastrosa, PizzAut ne esce con copertura nazionale, foto su tutte le agenzie, riconoscibilità raddoppiata. Le uniche a perderci sono le persone disabili che non lavorano in PizzAut, cioè la stragrande maggioranza delle persone disabili italiane, e che da quel video escono ulteriormente invisibilizzate.
Tra le due ipotesi, quella dello scambio è la più realistica. E va nominata per quello che è, senza i giri di parole con cui di solito si parla del terzo settore in Italia. Non era obbligatorio rispondere « il messaggio potentissimo è il tuo». Non era obbligatorio firmare gli avanzamenti di livello davanti alle telecamere. Non era obbligatorio prestarsi alla pizza tricolore. Si poteva ricevere la premier in privato, ringraziarla per l’attenzione, e chiederle conto in quella stessa stanza dei 350 milioni del fondo disabilità, ma con la stampa fuori, perché altrimenti era propaganda. Si è scelto invece di partecipare alla regia. È una scelta e le scelte si commentano.

Inspiration porn istituzionale
«Lavoratori più straordinari». La frase di Meloni va smontata, perché è il cuore retorico di tutta l’operazione. Cosa significa, esattamente, che dei lavoratori autistici sono «più straordinari» degli altri? Significa che il loro lavoro vale di più? No, perché allora andrebbero pagati di più, e non risulta che PizzAut abbia retribuzioni superiori al CCNL della ristorazione. Significa che fanno qualcosa di sovrumano? No, fanno il loro lavoro come chiunque altro: prendono ordinazioni, impastano, servono ai tavoli.
«Straordinari» in quella frase significa una cosa sola: che è straordinario che lavorino, vista la loro condizione. È la stessa identica logica dell’inspiration porn, quella narrazione che le persone disabili e le loro alleate denunciano da anni, in cui il fatto stesso di esistere e di fare cose normali viene presentato come fonte di ispirazione e commozione per le persone normodotate. Solo che qui non lo dice un brand di sneakers in pubblicità, lo dice la presidente del Consiglio dei ministri italiani, dal sito ufficiale del governo, il 1° maggio. È inspiration porn istituzionale, ed è dannoso esattamente quanto quello commerciale, forse di più, perché sostituisce la politica dei diritti con la pedagogia dei buoni sentimenti.

Il lavoro non è straordinario perché lo fa una persona autistica. Il lavoro è un diritto, retribuito secondo contratto, regolato da norme. Il punto politico non è commuoversi davanti a Mirko che dice «ciao Giorgia». Il punto politico è che in Italia, secondo i dati che lo stesso Acampora cita, le persone disabili che lavorano sono pochissime, le persone autistiche ancora meno, e la legge 68/1999 sul collocamento mirato viene aggirata sistematicamente da aziende che preferiscono pagare le multe piuttosto che assumere. Di tutto questo, nel video di Palazzo Chigi, non c’è una parola.
Cosa c’è in palio, davvero
Quando un governo trasforma il 1° maggio in una passerella in una pizzeria di Monza e un’organizzazione del terzo settore accetta di farsi cornice, succedono diverse cose insieme. La giornata internazionale del lavoro si svuota di contenuto e diventa contenuto promozionale. La disabilità si trasforma in dispositivo di rassicurazione: vedete come siamo bravi, vedete che ci occupiamo dei più fragili. Le politiche reali, quelle dei tagli, dei fondi non rifinanziati, dei caregiver lasciati senza tutele, vengono coperte dalla narrazione visiva della premier che firma una promozione. E le persone disabili che protestano, che chiedono diritti, che fanno fatica a uscire di casa perché la loro città è progettata male, diventano ingrate. Perché «guardate, il governo le sostiene». Vedete la foto.
Questa è la fabbrica del consenso al lavoro, in tempo reale, davanti a noi. E funziona perché tutti i pezzi cooperano: il governo fornisce il personaggio principale, l’organizzazione fornisce il fondale, i media riproducono il frame, il pubblico si commuove e archivia. Nessuno pone la domanda scomoda: e i 350 milioni? E il fondo caregiver? E il fondo autismo da 50 milioni che non c’è più? La domanda non si pone perché il dispositivo emotivo è già scattato e ha disinnescato la possibilità stessa della critica. Per questo non basta dire che «Meloni fa propaganda». Lo sappiamo. Va detto anche un’altra cosa, più scomoda: che la propaganda funziona se qualcuno gliela costruisce. E il 1° maggio a Monza qualcuno gliel’ha costruita. Volontariamente, per ingenuità, per necessità di interlocuzione, per scambio di visibilità, non importa la motivazione individuale. Il risultato politico è quello e va guardato in faccia.
La domanda che resta sul tavolo, e a cui andrebbe risposto pubblicamente, è semplice: la prossima volta che un governo userà i diritti delle persone disabili come fondale per coprire le proprie politiche reali, accetteremo ancora di prestargli le nostre cucine, i nostri grembiuli, i nostri ragazzi e le nostre ragazze? Oppure, finalmente, qualcuno avrà il coraggio di dire «no, oggi non si pranza».
I diritti non si firmano con un grembiule rosso davanti a una telecamera.
