Ovvero: quando i diritti vengono letti come vantaggi perché è più semplice così
Il privilegio di essere disabile, se lo ascolti raccontare, è una costruzione molto precisa della società, o meglio di quella parte di società che ha bisogno di ragionare per scatole, di catalogare, di semplificare, perché la complessità richiede uno sforzo che non sempre si è disposti a fare. In quella lettura lì io sono privilegiata, e lo sono per una serie di elementi che tornano sempre uguali, come se bastassero a raccontare tutto il resto: parcheggio dedicato, accessi facilitati, musei gratuiti, qualche agevolazione qua e là. È un elenco breve, facile da memorizzare, ancora più facile da ripetere, perché funziona bene dentro un discorso che non vuole andare troppo in profondità. Il problema è che quell’elenco non descrive una condizione, ma una superficie, è una fotografia ritagliata, selezionata, pulita da tutto ciò che disturberebbe la narrazione, perché se ti fermi lì, se davvero pensi che il punto sia il parcheggio o il biglietto non pagato, allora il discorso si chiude subito: esiste un vantaggio, quindi esiste una compensazione, quindi il sistema, in qualche modo, torna.
Ma appena provi a spostare lo sguardo, anche solo di poco, quella costruzione inizia a perdere senso, perché la domanda vera non è cosa non pago o cosa ho “in più”, ma dove stanno i miei diritti, quelli pieni, quelli non negoziati, quelli che non dipendono da una concessione o da una deroga.
Dov’è il privilegio nel dover verificare ogni volta se un luogo è accessibile prima ancora di poter decidere se andarci?
Dov’è il privilegio nel dover organizzare ogni spostamento come se fosse un piccolo progetto, nel dover prevedere gli imprevisti perché gli imprevisti, in questo caso, non sono eccezioni ma parte della norma?
Dov’è il privilegio nel fatto che molte delle cose che per altri sono automatiche, per me passano sempre da una verifica, da una richiesta, da una mediazione?
Allora il punto non è negare che esistano strumenti dedicati, sarebbe inutile e anche sbagliato, il punto è capire cosa sono davvero, perché chiamarli privilegi significa spostarli di senso, trasformarli da condizioni minime di accesso in vantaggi percepiti, e questo slittamento cambia completamente il modo in cui vengono letti.
Perché se sono privilegi, allora possono essere messi in discussione, possono essere pesati, possono diventare oggetto di confronto, quasi di competizione.
Se invece sono strumenti di accesso, allora raccontano un’altra cosa: raccontano un sistema che nasce già sbilanciato e che prova, in modo parziale, a correggersi.
Ora e qui arriva la domanda che mi interessa davvero, quella che resta quando tutto il resto si ferma: cos’è il privilegio, per me?
Il privilegio, se lo guardo dalla mia prospettiva, non è il parcheggio, non è il biglietto gratuito, non è nessuna di quelle cose che vengono tirate fuori per semplificare il discorso, è non dover pensare a tutto questo: è muoversi senza dover pianificare ogni passaggio, è entrare in un luogo senza chiedersi prima se sarà possibile, è vivere lo spazio pubblico come qualcosa di neutro, e non come qualcosa da verificare continuamente, è poter dare per scontato ciò che per altri non lo è.
Allora forse il problema non è che qualcuno abbia dei privilegi, ma che continuiamo a usare quella parola nel modo sbagliato, perché ci aiuta a non vedere la differenza tra avere un vantaggio e avere, semplicemente, un accesso. Chiamare privilegio ciò che serve semplicemente a rendere possibile un accesso non è solo un errore di prospettiva, è un modo per ridurre la complessità a qualcosa di gestibile, per trasformare una questione strutturale in un dettaglio individuale, per evitare di fare i conti con una domanda più grande che resta lì, sospesa, e che raramente viene affrontata fino in fondo. Che tipo di mondo stiamo costruendo, se per alcune persone ciò che è normale per altre deve essere continuamente mediato, verificato, reso possibile attraverso eccezioni? Perché continuiamo a considerare queste eccezioni come un vantaggio, invece che come il segno evidente di qualcosa che non funziona all’origine?
Forse il punto non è neanche cambiare parola, ma cambiare direzione allo sguardo, smettere di fermarsi su ciò che è immediatamente visibile e iniziare a interrogarsi su ciò che resta fuori campo, su ciò che non si vede perché è diventato abitudine, su ciò che non viene nominato perché metterebbe in discussione troppo di quello che diamo per scontato.
Perché finché continueremo a raccontare la disabilità come un equilibrio tra ciò che manca e ciò che “compensa”, continueremo anche a muoverci dentro una narrazione che funziona solo a patto di non essere osservata troppo da vicino.
A quel punto non si tratta più di stabilire chi sia privilegiato e chi no, ma di riconoscere quanto siamo disposti, davvero, a rimettere in discussione l’idea stessa di normalità su cui abbiamo costruito tutto il resto.
