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Il Salone del Mobile è accessibile? Sì. Milano, durante la Design Week, no.

22 Aprile 2026

di Valentina Tomirotti

Oltre seicento eventi, trecentomila visitatori, un indotto da duecentocinquantacinque milioni. E una città che per dieci giorni progetta sé stessa senza progettare per tuttə.

Da oggi e fino al 26 aprile Milano è la capitale mondiale del design. Sessantaquattresima edizione del Salone, oltre millenovecento espositori a Rho, ma il dato che racconta davvero cosa succede in questa settimana è un altro: oltre seicento eventi del Fuorisalone distribuiti su tutta la città, trecentodiciannovemila visitatori attesi, un indotto stimato in duecentocinquantacinque milioni di euro. Un ecosistema che non è una fiera, è una trasformazione temporanea della città intera. E che definisce, molto più di qualunque padiglione, lo standard di cosa oggi si chiami “ben progettato”.

È esattamente questo, la città che per dieci giorni diventa vetrina diffusa del design, il luogo in cui la domanda “il Salone del Mobile è accessibile?” smette di essere una domanda di servizio e diventa una domanda politica. E la risposta, letta onestamente, è doppia. Il Salone in fiera sì, nei limiti di cui si dirà. Il Fuorisalone, no.

Dentro la fiera: accessibilità come logistica, non come cultura del progetto

Sul sito del Salone la voce “Accessibilità” esiste. Si possono ritirare un biglietto omaggio e un Accessibility Pass nei desk dedicati, saltare la coda in alcuni punti ristoro, ottenere una precedenza, compatibile con la disponibilità di posti, all’Arena dei Talk, noleggiare una carrozzina al Mobility Center, usare gli stalli riservati nei parcheggi. Tutto utile, tutto necessario, ma è la totalità di ciò che la più grande fiera del design del mondo sente il bisogno di dire sul tema.

Chi ha sfogliato una pagina di accessibilità di un qualunque ente fieristico riconoscerà lo schema: ingressi, parcheggi, ausili, code saltate. Accessibilità come servizio logistico offerto al visitatore disabile perché possa attraversare lo spazio senza incidenti. Una cornice in cui la persona con disabilità è un ospite speciale da agevolare, non un interlocutore del prodotto in esposizione. Nella pagina ufficiale non compare una riga sul design accessibile come contenuto della manifestazione: non un percorso curatoriale, non un premio, non un criterio di selezione. Il paradosso è servito: la fiera che stabilisce come si abiterà il mondo nei prossimi anni tratta l’accessibilità come una questione di viabilità interna.

Fuori dalla fiera: la città-showroom che non è stata pensata per tuttə

E poi c’è il Fuorisalone, che è dove la questione diventa davvero interessante e dove diventa impietosa.

Il Fuorisalone non ha un ente organizzatore centrale, non ha un’accessibilità dichiarata, non ha un ufficio che coordini le condizioni di accesso. È una rete di distretti (Brera, Tortona, 5Vie, Porta Venezia, Isola, Durini) ognuno con la propria curatela, più centinaia di brand che occupano per dieci giorni location scelte proprio per la loro eccezionalità architettonica ed è lì che il meccanismo si rivela.

Le sedi più ambite di questa edizione raccontano bene la logica: l’ex Ospedale Militare di Baggio e Villa Pestarini di Franco Albini per Alcova, Casa Rossa a Porta Venezia, la Piscina Romano, Palazzo Acerbi, l’Orto Botanico di Brera, il Crespi Bonsai Museum. Cortili storici del centro, fabbriche riconvertite, ville moderniste, piscine d’epoca, appartamenti privati, edifici normalmente chiusi al pubblico che per una settimana si aprono per ospitare installazioni immersive. La loro desiderabilità editoriale è proprio questa: sono luoghi carichi, stratificati, fuori dai circuiti ordinari, belli precisamente perché difficili da raggiungere.

Difficili da raggiungere: letteralmente. Scalini all’ingresso, cortili acciottolati, piani rialzati senza ascensore, bagni inesistenti o inaccessibili, installazioni in ambienti stretti, buio, pavimentazioni instabili, percorsi obbligati, code lunghissime per entrare che qualcuno non può fare e basta. Un pubblico con disabilità motoria, visiva, cognitiva, o semplicemente con una mobilità ridotta temporanea, attraversa la Design Week come attraversa un percorso a ostacoli progettato per escluderlo.

Va detto chiaramente, perché altrimenti il discorso scivola nel rituale della denuncia: quasi nessun distretto del Fuorisalone pubblica informazioni strutturate di accessibilità sulle proprie mappe. Le app dei distretti non indicano quali installazioni siano raggiungibili con una sedia a ruote. Il nuovo Fuorisalone Passport di Brera, presentato come innovazione per la gestione delle code, non si occupa di accessibilità. I brand che scelgono il palazzo-gioiello come set della propria collezione non dichiarano se quel palazzo sia attraversabile da chiunque, perché nessuno glielo chiede.

Il risultato è che il pubblico con disabilità, davanti alla settimana più importante dell’anno per il design, si costruisce da sé una mappa sottratta: telefonate preventive agli organizzatori, chiamate agli amici per le ricognizioni, rinunce silenziose, percorsi ridotti a un decimo del possibile. Un lavoro di accesso che il settore scarica interamente sulla persona esclusa.

Il design inclusivo esiste. Il sistema che lo espone lo tratta come specializzazione tecnica.

Qui il paradosso raddoppia, perché il design che tiene insieme estetica e accessibilità esiste, è maturo e in alcuni segmenti è commercialmente solido. Nel bagno si lavora da anni su miscelatori, docce a filo pavimento, sanitari regolabili in altezza che non hanno nulla della logica ospedaliera. Nella cucina l’ergonomia estesa, i piani a quote variabili, i sistemi di apertura motorizzata sono linguaggi consolidati dei brand che quest’anno occupano i padiglioni di EuroCucina e del Salone del Bagno. Le sedute con supporto variabile, le illuminazioni contrast-aware, le maniglie progettate per prese parziali, le superfici tattili differenziate sono territori in cui l’artigianato italiano ha competenze che pochi altri mercati possono vantare.

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