Sul crollo del DEI, su chi lo teneva in piedi e perché, su cosa facciamo adesso da persona con disabilità che in quelle stanze ci è entrata.
C’è una cosa che nessuno nel settore dice ad alta voce adesso che il DEI sta crollando ovunque, che una parte di quel sistema la stavamo tenendo in piedi anche noi.
Con i workshop da 3 ore. Con gli obiettivi di rappresentazione senza cambiamenti strutturali. Con i panel sulla disabilità senza persone con disabilità. Con l’accessibilità nelle slide e il sito inaccessibile.
Trump non ha distrutto il DEI, ha fatto qualcosa di più semplice e più vile: ha aspettato che qualcun altro lo indebolisse dall’interno e poi si è presentato a dare il colpo finale fingendo che fosse lui il problema. Un uomo che ha costruito la sua carriera politica sul disprezzo sistematico per chiunque non somigliasse a lui, donne, neri, disabili, immigrati, adesso firma executive order sull’inclusione come se stesse difendendo un principio. Non sta difendendo niente, sta smantellando protezioni reali per persone reali e lo fa con la soddisfazione di chi ha aspettato questo momento da decenni.
Non mi interessa spiegare Trump. Mi interessa non fingere che quello che sta facendo sia politica normale con cui si può essere in disaccordo in modo civile. Non lo è e la domanda che mi ossessiona da settimane non è “come fermiamo il rollback”. È più scomoda: di cosa stiamo davvero in lutto?
Il crollo in numeri, ma non quelli che ti aspetti
Le cifre le conoscete. Walmart, Meta, Ford, McDonald’s, Amazon, Toyota, tutti spariti in pochi mesi. I job posting DEI calati del 44% in un anno. Oltre 69.000 posizioni federali tagliate negli Stati Uniti, molte legate a ruoli di inclusione. In Europa, solo il 7% delle organizzazioni aveva una strategia DEI davvero definita.
Ma il numero che mi ha fermata è un altro.
Le donne rappresentavano il 71% dei professionisti DEI. Le persone nere e ispaniche coprivano il 33% di quei ruoli, contro il 21% nelle posizioni ordinarie. Il rollback non è neutro, ha un indirizzo preciso, e colpisce esattamente le persone che il DEI avrebbe dovuto proteggere.
Questo è il cortocircuito che nessuno vuole guardare in faccia: il sistema creato per includere stava includendo soprattutto chi lavorava al sistema. E quando è crollato, ha travolto proprio loro. Fin qui, la parte che tutti scrivono. Quello che nessuno scrive è la parte successiva.

Il DEI di facciata non lo ha ucciso Trump
Esiste una versione del DEI che, se sono onesta, non rimpiango.
Quella dei workshop annuali sull’unconscious bias che non cambiavano nessun criterio di promozione. Quella dei report sulla diversity che uscivano ogni giugno con grafici colorati e sparivano nel cassetto fino all’anno dopo. Quella dei consulenti e lo dico sapendo che alcune persone che leggo si riconoscono in questa categoria, che vendevano slide a reparti HR che non avevano nessuna intenzione di cambiare niente di strutturale.
Quella versione del DEI era un sistema di gestione del senso di colpa del management. Funzionava finché costava poco e faceva sentire tutti progressisti. Quando è arrivata la pressione, non ha retto, perché non era costruita per reggere. Era costruita per apparire.
E io, che in quelle stanze ci sono entrata, che ho visto come funzionavano davvero, non riesco a piangere su quella parte. Il problema è che quando è crollata, non è crollata da sola: con la facciata sono cadute anche le persone che facevano il lavoro vero.
Non i consulenti dei workshop, le persone che stavano dentro le organizzazioni da anni, che costruivano processi, che facevano pressione interna, che tenevano l’asticella alta quando nessuno guardava. Persone che avevano impiegato anni a guadagnarsi una sedia in stanze dove non le volevano, spesso perché erano donne, nere, disabili, queer, qualche combinazione di tutto questo. Quelle persone non stavano recitando, erano lì perché credevano che restare dentro fosse più utile che protestare fuori e sono le prime ad essere andate.
Il tasso di disoccupazione delle donne nere negli Stati Uniti è aumentato ogni mese dall’inizio del 2025. Quello delle donne bianche è rimasto stabile. Non è una coincidenza, è la struttura del sistema che si rivela quando smette di nascondersi, quindi no, non posso essere solo sollevata che sia caduta la facciata. Perché insieme alla facciata sono cadute persone reali, con lavori reali, che adesso stanno cercando di capire dove andare.
La cosa che mi fa incazzare davvero
Trump mi fa incazzare per ragioni precise, non astratte.
Mi fa incazzare perché ha usato la retorica anti-woke per smontare protezioni che costavano fatica costruire, anni di lavoro di persone che non avevano i suoi privilegi, che non avevano i suoi soldi, che non avevano le sue spalle coperte. E lo ha fatto sapendo esattamente cosa stava facendo. Non è ignoranza. È scelta. Mi fa incazzare perché il linguaggio che usa, “meritocrazia”, “uguaglianza di trattamento”, “niente quote”, è lo stesso linguaggio che da sempre serve a mantenere il potere dove già sta. Non è un nuovo argomento, è un argomento vecchio, logoro, smontato mille volte, che funziona ancora perché chi lo usa controlla le leve.
Mi fa incazzare perché le persone che pagano il prezzo di questi executive order non sono i CEO che tifavano per lui in silenzio mentre firmavano i loro report sulla diversity, sono le persone con disabilità che avevano finalmente una persona nel team HR che sapeva cosa fosse un’accommodation ragionevole. Sono le donne nere che avevano costruito ruoli che adesso non esistono più. Sono le persone che pensavano che almeno quella porta fosse aperta.
Quella porta adesso è chiusa. E lui ci ha girato la chiave ridendo.
Ma la cosa che mi fa incazzare di più, la cosa che non riesco a mettere giù, è che glielo abbiamo reso facile. Non noi persone con disabilità, non i movimenti. Il sistema DEI annacquato, quello di facciata, quello che si accontentava di sembrare invece di essere. Gli abbiamo consegnato un bersaglio perfetto: qualcosa di abbastanza visibile da attaccare e abbastanza vuoto da non reggere all’attacco.
Questo non lo assolve. Non di un millimetro, ma è la parte che dobbiamo guardare in faccia se vogliamo costruire qualcosa che non crolli alla prossima ondata.
Una cosa che ho capito tardi e che non avrei voluto capire così
Per anni ho pensato che il problema fosse la quantità, che ci volesse più formazione, più rappresentazione, più budget, più ruoli dedicati.
Adesso penso che il problema fosse la struttura.
Un lavoro sull’inclusione che dipende dalla buona volontà del CEO non è un lavoro sull’inclusione. È un favore revocabile. E i favori, quando il clima cambia, si revocano.
Il DEI ha fallito, nella sua versione più debole, perché non si è mai fatto abbastanza domande scomode. Non ha mai chiesto: questa azienda è disposta a perdere qualcosa per diventare più equa? Ha preferito trovare il modo di far sembrare che tutti guadagnassero. La diversità come vantaggio competitivo. L’inclusione come driver di innovazione. Tutte cose vere, usate come scorciatoia per non dover mai chiedere un cambiamento che facesse male a qualcuno con potere.
Quando Trump ha reso quei cambiamenti politicamente costosi, il sistema non aveva costruito nessuna resistenza reale. Aveva costruito consenso. E il consenso evapora.
Cosa faccio adesso, concretamente
Non ho una lista di cinque passi che risolvono tutto. Ho alcune cose che ho smesso di fare e alcune che ho iniziato.
Ho smesso di partecipare a eventi sulla disabilità che non prevedono l’accessibilità come condizione non negoziabile. Non come forma di protesta visibile, semplicemente non ci vado. Non rispondo più a chi mi chiede di “portare la mia prospettiva” senza pagarmi per farlo.
Ho smesso di usare il linguaggio del business per rendere i diritti più digeribili a chi non vuole sentirli. “L’accessibilità è un vantaggio competitivo” è vero e irrilevante. L’accessibilità è un diritto. Se non basta, non è un problema mio da risolvere con un argomento migliore.
Ho iniziato a documentare tutto. Ogni barriera, ogni promessa non mantenuta, ogni comunicato sull’inclusione di un ente con il sito inaccessibile. Non per senso di giustizia astratto, ma perché i dati sono l’unico argomento che non si può liquidare come ideologia.
Ho iniziato a costruire relazioni con persone che non lavorano nel DEI, ma che condividono gli obiettivi. Perché il lavoro sull’inclusione che sopravvive è quello che non ha bisogno di chiamarsi DEI per esistere, quello che è entrato nei processi, nel legale, nel prodotto, nel modo normale di lavorare, prima che diventasse un’etichetta politica attaccabile.
La mia posizione, che probabilmente non piacerà a tutti
Sono una persona con disabilità che fa questo lavoro da anni. Il DEI, nella mia esperienza diretta, è stato spesso più utile a chi lo vendeva che a me.
Ho visto aziende mettere la sedia a rotelle nelle slide della campagna e avere un sito inaccessibile. Ho visto il mio nome su panel “sulla disabilità” usati come decorazione progressista senza che nessuno si chiedesse se quello che dicevo avrebbe cambiato qualcosa. Ho partecipato a eventi “inclusivi” dove l’accessibilità era un’afterthought, non un requisito.
Quindi quando dico che una parte del DEI che è crollato andava benissimo che crollasse, lo dico sapendo di cosa parlo, non da osservatrice esterna.
E quando dico che il rollback sta facendo danni reali a persone reali, lo dico con la stessa certezza. Non è contraddittorio: è la realtà di un sistema imperfetto, necessario, attaccabile proprio perché imperfetto, difendibile proprio perché necessario.
Il vento è cambiato. Non significa smettere di remare. Significa smettere di fingere che la barca fosse solida.
Perché non lo era. E lo sapevamo.
Valentina Tomirotti valentinatomirotti.substack.com
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