E il caso Signorini–Corona lo dimostra meglio di qualsiasi teoria
C’è una difficoltà crescente, quasi imbarazzante, nel tenersi addosso un’idea abbastanza a lungo da capire se è davvero nostra o solo una reazione ben confezionata.
Non riusciamo più a far sedimentare un pensiero, a lasciarlo attraversare dai dubbi, dalle contraddizioni, dalle informazioni che arrivano dopo e che, magari, obbligherebbero a rimettere mano a una convinzione appena formata.
No.
Noi vogliamo decidere subito.
E soprattutto vogliamo farlo in modo riconoscibile.
Nel tempo in cui viviamo, l’idea non è più un processo ma un accessorio: qualcosa da indossare rapidamente, da esibire, da cambiare se il contesto lo richiede. Pensare davvero — nel senso più banale e faticoso del termine — richiede lentezza, esposizione all’errore, capacità di restare in una zona grigia senza sentirsi a disagio. Tutte cose che non performano, non fidelizzano, non fanno numeri.
Così abbiamo trovato una soluzione più semplice: il tifo.
Il tifo è rassicurante, ordinato, immediato.
Ti dice chi sei e dove stare senza chiederti perché.
Ti offre una curva, una maglia, un nemico.
E soprattutto ti risparmia la fatica di distinguere tra fatti, interpretazioni, responsabilità diffuse e responsabilità individuali.
In questo schema, ogni questione — anche la più complessa — viene ridotta a un derby permanente.
Non importa capire cosa sta succedendo, importa capire da che parte schierarsi.
E farlo in fretta, possibilmente prima che il discorso cambi e costringa a rimettere tutto in discussione.
Il recente cortocircuito mediatico che ha coinvolto Alfonso Signorini e Fabrizio Corona non è interessante per il contenuto in sé — che, a ben vedere, aggiunge poco a ciò che già conosciamo — ma per la dinamica che ha attivato.
In poche ore, una vicenda che avrebbe potuto aprire una riflessione sul rapporto tra informazione, spettacolarizzazione, responsabilità editoriale e consumo del conflitto è stata compressa fino a diventare una scelta binaria: o con l’uno o con l’altro.
Nessuna vera domanda su come e perché certi personaggi continuino a occupare spazio pubblico.
Nessuna riflessione sul ruolo dei media nel mantenere vive queste dinamiche.
Nessuna assunzione di responsabilità collettiva, nemmeno da parte di chi consuma, rilancia, commenta e poi si dichiara “stanco del circo”.
Il meccanismo funziona perché è conveniente per tutti.
Produce visibilità, traffico, identità, appartenenza.
E soprattutto solleva dall’obbligo di guardare il sistema invece dei singoli attori.
Ma sarebbe un errore pensare che questo schema riguardi solo il gossip o l’intrattenimento.
Il gossip è semplicemente il luogo in cui il meccanismo appare più nudo, meno difendibile, più rumoroso.
Lo stesso riflesso condizionato lo attiviamo quando parliamo di informazione, di lavoro, di diritti, di crisi sociali profonde.
Anche lì, la complessità viene percepita come un ostacolo, la sfumatura come una perdita di tempo, il dubbio come una mancanza di posizionamento.
Il tifo diventa una scorciatoia cognitiva:
ci permette di essere presenti senza essere responsabili,
di avere un’opinione senza aver fatto davvero i conti con ciò che stiamo osservando.
E no, non esistono osservatori innocenti.
Nemmeno tra chi si pensa critico.
Nemmeno tra chi denuncia il rumore.
Nemmeno tra chi invoca il ritorno al pensiero.
Perché anche il rifiuto del tifo, se non è accompagnato da un lavoro onesto sulle proprie contraddizioni, rischia di trasformarsi in un’altra forma di appartenenza. Un’altra maglia, più elegante forse, ma pur sempre una maglia.
Il punto non è stabilire chi ha ragione.
Il punto è riconoscere che il sistema che critichiamo è lo stesso che, quotidianamente, alimentiamo: con la nostra attenzione, con la nostra fretta di reagire, con il nostro bisogno di sentirci dalla parte giusta senza aver davvero attraversato la questione.
Il pulito, appunto, c’ha la rogna.
Ci indigniamo a comando.
Cambiamo bersaglio con la stessa rapidità con cui cambiano le notifiche.
Difendiamo posizioni che ieri avremmo contestato, purché oggi coincidano con il nostro campo di riferimento.
Non perché siamo moralmente fragili, ma perché siamo immersi in un ecosistema che rende la coerenza una pratica lunga, faticosa e poco visibile.
Il rischio non è lo scandalo, né il personaggio di turno.
Il rischio è abituarsi a un mondo in cui il pensiero critico viene costantemente sostituito dalla reazione, in cui la discussione lascia spazio allo scontro, in cui la complessità viene trattata come un difetto.
Forse il punto non è tornare a una purezza che non è mai esistita.
Forse è accettare che capire davvero sporca le mani, richiede tempo, impone di restare scomodi più a lungo di quanto il sistema consenta.
E forse, ogni tanto, la scelta più radicale non è stare nella curva giusta, ma restare fermi abbastanza da capire se quella curva ci rappresenta davvero.
