C’è una soglia che una società non dovrebbe mai oltrepassare.
È quella in cui un omicidio smette di essere chiamato per quello che è e diventa “gesto estremo”, “atto d’amore”, “doppio suicidio”, “tragedia inevitabile”.
Negli ultimi giorni l’abbiamo vista all’opera, questa soglia. L’abbiamo superata in massa. Con parole che sembrano comprensive, umane, empatiche. Ma che in realtà producono un effetto devastante: rendono culturalmente spiegabile la morte imposta a una persona con disabilità.
Lo dico da giornalista, prima ancora che da persona coinvolta in questi temi:
questa narrazione è pericolosa.
Non è una favola tragica. È un omicidio.
Una donna è stata uccisa.
Non è “andata via”.
Non è stata “portata con sé”.
Non ha “scelto di vivere in un altro mondo”.
È stata soffocata.
Subito dopo c’è stato un suicidio. Che è un’altra tragedia. Immensa. Ma non simmetrica. Perché una delle due persone non ha potuto scegliere.
Eppure, gran parte del racconto pubblico ha fatto un’altra operazione:
ha fuso le due morti in un unico gesto romantico-drammatico, ha trasformato la vittima in un peso, e l’assassina in una figura schiacciata da un destino inevitabile.
Questa non è solo cattiva informazione.
È una distorsione culturale.
“Capire” non è “giustificare”. Ma attenzione a quando lo diventa.
Sì: esistono solitudine, stanchezza, paura, burnout, terrore del “dopo di noi”.
Sì: lo Stato è spesso assente, inefficace, lento, cieco.
Sì: le famiglie vengono lasciate sole per decenni.
Tutto vero. Tutto denunciabile. Tutto intollerabile.
Ma c’è un punto in cui il “capire” smette di essere analisi del contesto e diventa attenuazione morale dell’atto.
Quando diciamo:
“posso comprendere quel gesto”
“non giudico”
“è stato un atto d’amore disperato”
stiamo già spostando il confine.
Perché il dolore spiega una condizione, non legittima una violenza.
E quando iniziamo a renderla “comprensibile”, stiamo dicendo – anche senza volerlo – che in certe circostanze alcune vite diventano meno intoccabili di altre.
Questo è il cuore dell’abilismo.
Non lo slogan.
Non l’insulto.
Il presupposto culturale che rende alcune esistenze più sacrificabili.
Il fallimento dello Stato non cancella la responsabilità dell’atto
Accusare le istituzioni è giusto. È necessario. È urgente.
Scuola, sanità, assistenza, centri diurni, vita indipendente, dopo di noi: l’elenco delle mancanze è infinito.
Ma dire che “è tutta colpa dello Stato” non può trasformarsi in una cancellazione dell’atto.
I piani sono due. Vanno tenuti entrambi. Sempre:
lo Stato ha fallito → vero
una persona è stata uccisa → vero
Se ne cancelliamo uno per salvare l’altro, stiamo mentendo.
Dire che “era scritto” è una forma di deresponsabilizzazione collettiva.
Se era scritto, allora non si poteva fare nulla.
Se non si poteva fare nulla, allora non dobbiamo cambiare nulla.
Ed è esattamente questo che mantiene intatto il sistema.
Le parole non sono neutre
Chiamare un omicidio “doppio suicidio” non è una sfumatura.
È una riscrittura del fatto.
Dire “ha scelto di portarla con sé” non è poesia.
È una cancellazione della vittima.
Parlare di “gesto d’amore” non è empatia.
È una romanticizzazione della violenza.
Le parole non sono un contorno.
Sono il modo in cui una società decide cosa è accettabile e cosa no.
E quando le parole rendono una morte “comprensibile”, quella morte è già un po’ più pronta a ripetersi.
Io non sto giudicando il dolore. Sto rifiutando la giustificazione della morte.
In questi giorni mi è stato detto:
“non puoi capire se non sei madre”
“non sai cosa vuol dire vivere 40 anni così”
“tu non vivi quella dipendenza totale”
Tutto vero: ogni esperienza è diversa.
Ma il diritto alla vita non dipende dall’esperienza di chi resta.
Io non sto giudicando la stanchezza, la paura, il terrore.
Sto giudicando l’atto di togliere la vita a un’altra persona.
E se arretriamo su questo, arretriamo su tutto.
La vera domanda non è “poteva capitarle”.
È: perché non costruiamo alternative prima che qualcuno arrivi al limite?
Il punto non è accettare la disperazione dopo.
Il punto è interromperla prima.
Con:
servizi veri
assistenza continuativa
vita indipendente esigibile
un “dopo di noi” che esista davvero
sostegno reale ai caregiver
Non con le favole tragiche dopo una morte.
Concludo così, da giornalista
Un omicidio resta un omicidio.
Il contesto si analizza.
Le responsabilità politiche si denunciano.
Ma la vita di una persona non si edulcora, non si metaforizza, non si assolve.
Quando lo facciamo, non stiamo mostrando empatia.
Stiamo solo preparando il terreno alla prossima morte “comprensibile”.
E questo, per me, è inaccettabile.
