Tra like, visibilità e tensioni pubbliche: perché l’attivismo ha bisogno di meno idoli e più collettivi.
Negli ultimi anni abbiamo assistito a una trasformazione profonda dell’attivismo sociale: da pratica collettiva e faticosa, a performance individuale e spettacolare. È un cambiamento che non si può più ignorare, soprattutto ora che le cronache ci restituiscono non solo le battaglie per i diritti, ma faide pubbliche, litigi privati sbattuti in piazza, logiche da fandom tra chi dovrebbe costruire alternative al sistema dominante.
Proprio in Italia, un caso che fa riflettere è quello delle attiviste femministe Carlotta Vagnoli e Valeria Fonte. Le indagini della Procura di Monza contestano loro condotte persecutorie nei confronti di Serena Mazzini e di un uomo la cui testimonianza racconta un’escalation di messaggi, diffamazioni e pressione psicologica tale da portarlo a “non voler più vivere”. Le perquisizioni e il sequestro dei dispositivi elettronici hanno svelato la presenza di una chat denominata “fascistelle” dove si concentrava un linguaggio denigratorio, offensivo e ossessivo nei confronti di altre figure pubbliche, tra cui anche Michela Murgia, Cecilia Sala e Selvaggia Lucarelli.

La lotta che diventa brand
L’attivismo dovrebbe essere una forma di impegno politico e sociale collettivo. Ma con l’arrivo dei social, è stato progressivamente trasformato in una narrazione centrata sul singolo, su una “marca personale”. L’attivista oggi è spesso chiamato a gestire visibilità, numeri, storytelling e feed curati. È un processo che può svuotare la forza delle lotte, riducendole a contenuto virale.
Nel caso che ha coinvolto Vagnoli, Fonte e altre attiviste, la dinamica non riguarda solo ciò che è stato detto in chat private. Riguarda come queste chat sono diventate arma politica e pubblica. Riguarda il modo in cui la “superiorità morale” di alcune figure è diventata scudo per attaccare, screditare, demolire.
Le stories pubblicate da Selvaggia Lucarelli in queste ore restituiscono un quadro inquietante: offese personali, giudizi su vite sessuali altrui, desiderio di distruzione di reputazioni, calcoli su guadagni e inviti a “far cadere” chi ostacola l’ascesa altrui. Tutto questo gestito, secondo la cronaca, con il linguaggio e la strategia tipica del bullismo di branco.
Il problema però non è solo di chi agisce. È anche del sistema che alimenta questo spettacolo: noi, il pubblico, i media, le piattaforme. Se un attivismo senza carisma non buca lo schermo, allora il problema è culturale.
Serve un cambio di rotta. Serve tornare alla collettività. Alla fatica vera. Ai territori. Alla voce plurale, anche se meno “instagrammabile”. Perché idolatrare un’attivista significa esporre la causa alla caduta insieme a lei.
Se il brand personale vince sulla causa, le lotte perdono. Se la performance vince sulla trasformazione, il cambiamento si riduce a trend. E se le nostre battaglie diventano armi per silenziare anziché per includere, abbiamo smarrito il senso dell’attivismo.
Ricominciare non significa cancellare. Ma significa rimettere al centro la politica, il corpo, la voce collettiva. E imparare — anche dolorosamente — che essere attivistə non ci salva dall’errore, ma ci chiede coerenza e responsabilità.