E anche chi accetta di rappresentarla deve assumersene la responsabilità)
Affidare la prima pagina di un grande quotidiano nazionale a una persona con disabilità, in occasione della Giornata internazionale delle persone con disabilità, può sembrare un gesto inclusivo.
Bello. Simbolico. Rassicurante.
Ma l’inclusione, quando si ferma al simbolo, smette di essere un atto politico e diventa scenografia narrativa.
Il caso della “direzione per un giorno” de La Stampa, affidata a Bebe Vio, non è una questione di antipatie personali né di attacchi individuali.
È una questione di ruoli, potere e responsabilità pubblica.
Bebe Vio è una campionessa sportiva straordinaria, una figura mediatica riconosciuta, una persona con disabilità che da anni occupa uno spazio centrale nell’immaginario collettivo.
Ed è proprio per questo che non è neutra.
Non lo sono le sue parole, non lo è la sua presenza, non lo sono le scelte che accetta di incarnare.
Quando una figura pubblica accetta di rappresentare “la disabilità” in un contesto simbolico come una prima pagina nazionale, non sta solo ricevendo un onore:
sta esercitando potere narrativo.
E il punto è qui.
Non basta dire che “l’intenzione era buona”.
Non basta rifugiarsi nel ruolo di atleta o testimonial.
Quando si entra in uno spazio editoriale, soprattutto su temi complessi come violenza di genere, cronaca nera, responsabilità sociale, si entra anche nel campo della competenza, della prospettiva, della scelta consapevole di cosa si rappresenta.
Il problema non è che una persona con disabilità scriva o prenda parola.
Il problema è perché proprio lei venga scelta — e perché lei accetti — come voce “morale”, come simbolo rassicurante, come figura capace di rendere digeribile una tragedia che richiederebbe rigore, pluralità di sguardi, competenze specifiche.
Qui l’abilismo non è urlato. È elegante.
È quello che trasforma una persona in garanzia emotiva:
se parla lei, allora va bene così.
Se firma lei, allora è giusto.
Se c’è lei, allora siamo inclusivi.
Ma la disabilità non è una patente morale.
E nessuna condizione personale rende automaticamente legittimi a parlare di tutto.
C’è poi un nodo ancora più scomodo, ma necessario:
non si può rappresentare la disabilità a targhe alterne.
Non si può essere “solo atleta” quando fa comodo, e “voce simbolica della disabilità” quando serve al sistema mediatico.
Quando si accetta quel ruolo, lo si accetta interamente, con tutto ciò che comporta.
Questo non significa chiedere a una persona di farsi carico di tutte le istanze della comunità.
Significa chiedere coerenza, consapevolezza, responsabilità rispetto all’immaginario che si contribuisce a costruire.
Perché mentre una figura simbolica occupa la scena, restano fuori campo moltissime altre voci:
persone con disabilità non eccezionali, non vincenti, non performative, non compatibili con il racconto positivo.
Quelle che vivono la disabilità come conflitto, come diritto negato, come lotta quotidiana.
Quelle che non fanno audience.
Se l’inclusione si riduce a una prima pagina “a tema”, allora non è inclusione: è marketing morale.
Se la rappresentazione non rispetta ruoli e competenze, allora non è rappresentazione: è uso strumentale — anche quando avviene con il sorriso.
E sì: la responsabilità è doppia.
Delle redazioni che scelgono scorciatoie emotive invece di fare giornalismo.
E di chi, accettando quei ruoli, contribuisce a rendere normale una narrazione che normalizza solo ciò che non disturba.
La vera inclusione non ha bisogno di simboli rassicuranti.
Ha bisogno di spazio, complessità e verità.
E di persone — tutte — disposte ad assumersi la responsabilità di ciò che scelgono di rappresentare.
