Questo articolo parla di: Autopsia di una notizia

Quando si spegne la fiamma, si spegne anche il racconto?

24 Febbraio 2026

di Valentina Tomirotti

La fiamma olimpica si spegne sempre in diretta mondiale.


C’è un momento preciso, in ogni Olimpiade, in cui lo sport smette di essere cronaca e diventa rito. È l’istante in cui la fiamma si spegne. Le telecamere indugiano, la regia rallenta, i commentatori abbassano il tono. Si parla di bilanci, di imprese, di medaglie che hanno “fatto la storia”. È un momento costruito con cura: non è soltanto la fine di una competizione, è la chiusura di un racconto collettivo.

La fiamma olimpica non si spegne mai nel silenzio. Si spegne dentro una narrazione potente.

Eppure, in quel momento di massima visibilità, raramente accade qualcosa di molto semplice: un ponte verso ciò che viene dopo. Un richiamo alle Paralimpiadi. Un “ci vediamo tra poche settimane”. Un accenno alla continuità del ciclo.

Non è un dettaglio tecnico. È una scelta simbolica.

Il problema non è la separazione dei Giochi

Olimpiadi e Paralimpiadi sono eventi distinti, con identità e calendario propri. È giusto che lo siano. Hanno una storia autonoma, un’organizzazione dedicata, un impianto regolamentare specifico. Nessuno chiede una fusione artificiale o una sovrapposizione forzata.

Il punto è un altro: perché, se fanno parte dello stesso progetto sportivo e istituzionale, la narrazione pubblica continua a trattarle come capitoli isolati?

Quando si chiudono le Olimpiadi, si costruisce un climax narrativo. Si tirano le somme, si celebrano gli atleti, si proietta lo sguardo al futuro. È il momento in cui il racconto raggiunge la sua massima densità simbolica. È lì che si decide cosa resterà nella memoria collettiva.

Non inserire in quel passaggio un riferimento alle Paralimpiadi significa, implicitamente, collocarle fuori da quel climax. Come se appartenessero a un’altra linea narrativa. Come se non facessero parte dello stesso flusso.

E nel linguaggio mediatico, ciò che non viene nominato nel momento apicale perde centralità.

“Se ne parlerà dopo” non è una risposta sufficiente

È vero: durante le Paralimpiadi la copertura aumenta. Le principali reti televisive dedicano spazio, le storie degli atleti emergono, i risultati vengono raccontati. È un dato oggettivo e positivo.

Ma la questione non riguarda la quantità di minuti in palinsesto. Riguarda la posizione simbolica.

Nel racconto mediatico, esistono momenti di massima legittimazione. La cerimonia di chiusura olimpica è uno di questi. È il luogo in cui si consolidano gerarchie, si fissano significati, si definisce cosa è “centro” e cosa è “periferia”.

Se in quel momento le Paralimpiadi non vengono neppure citate, il messaggio implicito è chiaro: sono un evento successivo, non il seguito naturale. Un’aggiunta, non una continuità.

È una differenza sottile, ma strutturale.

Il rischio della retorica e quello dell’invisibilità

C’è un’obiezione legittima che spesso emerge: meglio il silenzio che una narrazione retorica. Meglio evitare l’ennesimo racconto eroico, l’ennesima celebrazione del “superamento dei limiti”, l’ennesima costruzione emotiva che trasforma gli atleti paralimpici in simboli morali più che in sportivi.

È un rischio reale. Il racconto paralimpico, storicamente, è stato spesso intrappolato tra due estremi: l’invisibilità e l’iperbole.

Da un lato, l’assenza. Dall’altro, la retorica.

Ma tra queste due polarità esiste una terza via: la normalizzazione narrativa.

Non servono enfasi speciali. Non servono toni paternalistici. Serve continuità. Serve trattare le Paralimpiadi come parte integrante del ciclo sportivo, senza abbassare o alzare il volume, ma mantenendo coerenza.

Una frase di passaggio non è retorica. È editoria.

Le gerarchie invisibili del racconto

La comunicazione non è mai neutra. Ogni scelta di apertura, di chiusura, di titolazione costruisce una gerarchia. Non è necessario dichiararla: si manifesta attraverso ciò che viene messo al centro e ciò che resta implicito.

Quando la fiamma olimpica si spegne e nessuno ricorda che a breve si accenderà quella paralimpica, si sta costruendo una linea di demarcazione simbolica. Si sta dicendo, anche senza volerlo, che l’evento principale è concluso. Che il ciclo è finito.

E invece non è finito.

Il problema non è che i Giochi siano separati. Il problema è che il racconto continua a esserlo. E finché la narrazione resterà scissa, anche l’immaginario collettivo continuerà a percepire due livelli differenti di legittimità.

Una questione di continuità, non di rivendicazione

Non si tratta di chiedere privilegi, né di imporre sovrapposizioni. Si tratta di chiedere coerenza narrativa. Se le Olimpiadi rappresentano il primo capitolo di un progetto sportivo nazionale, le Paralimpiadi ne sono il secondo. Non un’appendice.

La differenza tra “evento successivo” e “capitolo seguente” è tutta nella narrazione.

E la narrazione, nel mondo contemporaneo, è potere.

Quando la fiamma si spegne, ciò che resta è il racconto che abbiamo costruito attorno a quella luce. La domanda, allora, non è se le Paralimpiadi meritino spazio — lo dimostrano ogni volta sul campo. La domanda è se siamo disposti a riconoscerle come parte dello stesso orizzonte simbolico, nello stesso momento in cui celebriamo la fine di un ciclo.

Perché la continuità non è una concessione.
È una scelta culturale.

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