Quando la commozione sostituisce la competenza e il dissenso viene liquidato come invidia.
Ogni volta che la disabilità entra a Sanremo si attiva un meccanismo prevedibile: emozione, applausi, lacrime, consenso. E subito dopo, se qualcuno prova a interrogare quella rappresentazione, viene accusato di essere fuori luogo, di rovinare la festa, di non saper condividere la gioia. Negli ultimi giorni si è aggiunta un’accusa ancora più povera: l’invidia.
Ridurre il dissenso all’invidia è un modo puerile di non reggere il confronto. È una scorciatoia retorica che evita il merito delle questioni e sposta tutto sul piano psicologico. Non è invidia. È analisi. È argomentazione. È richiesta di evoluzione nel modo in cui il servizio pubblico racconta le persone.
Sanremo non è un palco qualunque. È il dispositivo simbolico più potente della televisione italiana. Ogni scelta narrativa lì dentro diventa cultura diffusa. E quando la disabilità entra in quella macchina non è mai solo una storia personale: è un messaggio collettivo.
Il coro dello Special Festival è salito su quel palco con un percorso, con impegno, con anni di lavoro. Nessuno lo mette in discussione. Nessuno nega la felicità dei ragazzi. Ma la felicità non è un criterio artistico e non è un criterio politico. La felicità non basta a rendere giusta una rappresentazione.

Il punto non è se si sono divertiti. Il punto è come sono stati incorniciati. Se la disabilità appare quasi esclusivamente come parentesi emotiva, come momento edificante, come spazio di gratitudine reciproca tra presentatori e ospiti, allora il problema non è la presenza. È la cornice. Quando qualcuno osserva che il livello artistico non è stato all’altezza, la risposta è immediata: “non importa, erano felici”. Ma perché per loro dovrebbe non importare? Perché l’asticella si abbassa solo quando c’è la disabilità? L’inclusione non consiste nell’indulgenza. Consiste nel mettere chiunque nelle condizioni di raggiungere lo standard richiesto. Se abbassiamo lo standard per benevolenza, non stiamo includendo: stiamo proteggendo. E la protezione, quando diventa sistema, infantilizza.
Lo stesso vale per la maglietta “Io sono come te”. All’interno di un progetto può avere un senso identitario preciso. Ma su un palco come quello assume un valore simbolico più ampio. Dire “sono come te” può essere letto come affermazione di umanità condivisa, ma può anche diventare un modo per rendere la differenza meno conflittuale per chi guarda. La vera inclusione non cancella la differenza per rassicurare il pubblico. La riconosce, la sostiene e la colloca dentro un quadro di diritti e potere.
C’è poi un altro elemento che merita attenzione in tv e in questo Festival soprattutto: la costruzione televisiva del dolore. Il racconto del ragazzo rimasto tetraplegico dopo una sparatoria, presentato con toni drammatici e appelli carichi di emotività, rientra in una dinamica ormai ricorrente: prima si costruisce la tragedia, poi si celebra la resilienza, infine si offre al pubblico la catarsi. È una macchina narrativa efficace. Ma è anche una forma di pornografia del dolore, perché ribadisce l’idea che la disabilità sia, in sé, la peggiore cosa che possa capitare e che da lì si debba risalire eroicamente. La carrozzina non è una tragedia. È uno strumento. La tragedia è l’assenza di politiche adeguate, di accessibilità reale, di sostegni strutturali. Ma questi temi non fanno share quanto una lacrima in primo piano.

Se la disabilità viene raccontata solo come trauma da superare o come parentesi edificante, resta intrappolata in quei registri. Mai competenza al centro. Mai potere. Mai contrattualità. Sempre resilienza. Sempre gratitudine.
E allora la domanda diventa inevitabile: possibile che un servizio pubblico come la Rai continui a costruire questi “momenti sociali” senza avvalersi in modo strutturale di consulenze competenti sulla disabilità? Non come presenza simbolica, non come figura da esibire nei comunicati, ma come reale supporto nella progettazione narrativa. La Rai ha una figura dedicata alla disabilità. Benissimo. Ma quella competenza viene coinvolta davvero nella costruzione dei contenuti, o resta uno specchietto istituzionale da citare quando serve?
Se si decide di mettere in scena la disabilità in prima serata, serve consapevolezza culturale. Serve studio. Serve ascolto plurale. Altrimenti si rischia di imbastire teatrini emotivi che producono consenso immediato ma non avanzano di un millimetro sul piano della maturità collettiva.
Infine, un punto che continuo a ritenere centrale: il diritto al fallimento. Quando le madri parlano al posto dei figli, quando la critica viene vissuta come attacco personale, quando ogni osservazione diventa offesa, si attiva un meccanismo di iperprotezione che alla lunga danneggia proprio le persone che si vorrebbero tutelare. L’adultità si costruisce anche attraversando il limite, l’errore, la valutazione. Non possiamo chiedere pari diritti e allo stesso tempo sottrarci a ogni confronto.
Il dissenso non è mancanza di rispetto. È una richiesta di evoluzione nel rispetto delle persone. E se il confronto viene liquidato come invidia, significa che non si è pronti a reggerlo. Sanremo non è obbligato a fare pedagogia, ma se sceglie di toccare temi sociali, deve accettare che quei temi vengano analizzati. Perché la rappresentazione non è una carezza. È potere. E finché continueremo a scambiare la commozione per inclusione e la resilienza per emancipazione, resteremo dentro un immaginario che consola il pubblico senza cambiare davvero le condizioni materiali e simboliche delle persone.
Il problema non è chi sale sul palco. Il problema è cosa resta quando si spengono le luci.

