Dopo aver scritto per Vanity Fair della strage di Pietralata e di Bianca, la bambina disabile di cinque anni uccisa dai suoi genitori prima che questi si togliessero la vita, mi è rimasta addosso una domanda che riguarda solo in parte questa storia, perché ha molto più a che fare con tutte le altre che abbiamo letto prima e con quelle che, purtroppo, leggeremo dopo: quando abbiamo deciso che la disabilità di una vittima fosse un’informazione utile soprattutto per comprendere chi l’ha uccisa?
Non è una domanda retorica e non mi interessa nemmeno utilizzarla per dividere il mondo tra persone buone, che condannano, e persone cattive, che comprendono, perché la questione è molto più insinuante e riguarda una grammatica talmente sedimentata nel nostro modo di raccontare la disabilità da sembrare naturale anche a chi non pensa affatto di avere uno sguardo abilista. Nel caso di Bianca, per esempio, molte delle informazioni circolate nelle prime ore servivano a ricostruire la complessità della vita familiare: la sua disabilità, i servizi sociali, il sostegno economico, la presunta fatica dei genitori, la condizione psicologica degli adulti. Informazioni legittime, naturalmente, se inserite dentro una ricostruzione giornalistica; il problema comincia quando, messe tutte in fila, finiscono per costruire una spiegazione nella quale la persona uccisa diventa progressivamente la causa della tragedia che l’ha travolta.
È un passaggio linguistico piccolo e per questo potentissimo: non scriviamo che una bambina è stata uccisa, ma raccontiamo un padre che «non si dava pace per la disabilità della figlia»; non partiamo dalla violenza subita, ma dalla solitudine di chi assiste; non interroghiamo innanzitutto il diritto alla vita della vittima, perché sentiamo la necessità di spiegare quanto fosse diventata insostenibile la vita di chi le stava accanto. A un certo punto, quasi senza accorgercene, la disabilità smette di essere una caratteristica della persona morta e diventa la circostanza attenuante del racconto. Ed è qui che la parola disabilicidio smette di essere un esercizio terminologico per attivisti appassionati di neologismi e acquista, almeno per me, un’utilità precisa.
Il problema non è trovare una parola nuova, ma capire dove abbiamo messo la vittima
In Italia il termine disabilicidio circola da tempo nel dibattito sull’abilismo e viene utilizzato per indicare gli omicidi nei quali la persona viene uccisa in quanto disabile e la matrice abilista non riguarda soltanto l’atto in sé, ma anche il contesto culturale che tende a renderlo più comprensibile, a volte persino più perdonabile. Non è una categoria giuridica autonoma del nostro ordinamento e non serve fingere che lo sia per riconoscerne il valore politico e giornalistico: serve piuttosto a mettere a fuoco ciò che la formula generica tragedia familiare tende a sfocare, cioè il rapporto di potere tra chi dispone della propria vita e chi, in quel momento, dispone anche della vita di un’altra persona.
Negli ultimi anni il termine è entrato sempre più esplicitamente anche nella riflessione italiana sul modo in cui i media raccontano questi omicidi; una recente guida dedicata a donne, disabilità e informazione insiste proprio sulla necessità di evitare formule come «gesto d’amore» o narrazioni che spostano l’empatia dalla persona uccisa a chi ha ucciso, perché il risultato è una progressiva eclissi della vittima dal racconto.
La cosa dovrebbe interessarci anche se della parola disabilicidio non ci piace nulla, perché possiamo tranquillamente litigare sul vocabolario dopo aver risolto il problema sostanziale, che è molto più urgente: una persona disabile uccisa da un familiare viene raccontata nello stesso modo in cui racconteremmo qualsiasi altra vittima di omicidio?
È sufficiente leggere la cronaca per accorgersi che spesso la risposta è no.
Quando accade a noi compare quasi immediatamente una specie di reparto attenuanti aperto ventiquattr’ore su ventiquattro, ben fornito di espressioni apparentemente innocue: la disperazione, l’esaurimento, il peso dell’assistenza, l’assenza dello Stato, l’amore troppo grande, la paura del dopo di noi. Non sostengo che queste condizioni non esistano, sarebbe surreale farlo proprio io che da anni racconto quanto un sistema di welfare insufficiente possa scaricare sulle famiglie responsabilità enormi; sostengo qualcosa di diverso, e cioè che la carenza dei servizi può spiegare un contesto senza diventare la spiegazione dell’omicidio, esattamente come la precarietà economica di una coppia può essere una componente della sua storia senza trasformarsi nell’attenuante narrativa della violenza commessa da uno dei due.
Dovremmo essere abbastanza adulti da riuscire a tenere contemporaneamente nella stessa frase il fallimento delle istituzioni e il diritto della persona disabile a non essere uccisa.
E invece è proprio questa contemporaneità a incepparsi.
Di fronte alla morte di Bianca sono tornate espressioni che conosco da sempre, compresa quella secondo cui nessuno può capire davvero cosa significhi vivere una situazione del genere fino a quando non ci si trova dentro. È un argomento sorprendente, perché non lo utilizziamo con la stessa generosità in molti altri fatti di cronaca: non pretendiamo di aver vissuto la vita dell’autore di un omicidio per stabilire che la persona assassinata avesse il diritto di continuare a vivere. Quando entra in scena la disabilità, invece, la soglia morale sembra diventare improvvisamente mobile e la domanda non riguarda più soltanto ciò che è stato fatto, ma quanto fosse difficile non farlo.
È in quella minuscola oscillazione che si infiltra l’abilismo più interessante, quello che non urla, non insulta e probabilmente si considera perfino molto empatico.
La retorica del caregiver funziona perché noi persone disabili siamo ancora raccontate come lavoro
Il problema, naturalmente, non nasce nei titoli dei giornali; i giornali lo raccolgono da un immaginario che abbiamo costruito molto prima, nel quale la persona disabile viene frequentemente descritta attraverso la quantità di lavoro necessaria a garantirle l’esistenza. Parliamo di carico assistenziale, di peso della cura, di famiglie che devono farsi carico, di servizi di sollievo, di strutture che permettono ai genitori di respirare: parole spesso corrette dal punto di vista tecnico e perfino necessarie, ma che, accumulate per decenni senza un vocabolario altrettanto ricco dedicato alla vita della persona assistita, hanno prodotto un risultato culturale piuttosto evidente. Siamo diventati bravissimi a misurare quanto costiamo in energie agli altri e molto meno allenati a raccontare per cosa valga la pena investire quelle energie.
Persino i servizi destinati alle persone disabili vengono spesso presentati prima di tutto attraverso il beneficio che producono per la famiglia. Il centro diurno permette ai genitori di lavorare, l’assistenza domiciliare concede qualche ora di sollievo, il progetto residenziale tranquillizza sul dopo di noi, l’educatore alleggerisce il carico domestico. Tutte cose vere, ma in questo inventario resta sorprendentemente poco spazio per dire che il centro diurno dovrebbe esistere perché quella persona ha diritto alle relazioni, che l’assistenza personale serve perché possa scegliere come trascorrere una giornata, che una casa non è la soluzione al problema dei genitori che invecchiano ma il luogo in cui qualcuno dovrebbe poter costruire la propria esistenza.
Lo spostamento sembra semantico, in realtà è politico: se una vita viene raccontata soprattutto attraverso il lavoro che richiede agli altri, quando quel lavoro diventa insostenibile sarà molto più facile considerare insostenibile anche la vita. Non sto sostenendo che questo automatismo conduca necessariamente alla violenza e sarebbe irresponsabile farlo; sto dicendo che crea il terreno culturale sul quale, quando la violenza avviene, alcune spiegazioni attecchiscono con una facilità che dovrebbe almeno inquietarci.
Non è nemmeno una peculiarità italiana. Negli Stati Uniti, dal 2012, la comunità delle persone con disabilità celebra ogni primo marzo il Disability Day of Mourning, nato per ricordare le persone disabili uccise da familiari e caregiver; l’Autistic Self Advocacy Network ha costruito negli anni anche un Anti-Filicide Toolkit dedicato non soltanto alla prevenzione, ma proprio al modo in cui comunità e media reagiscono a questi omicidi, denunciando un copione ricorrente nel quale l’assassino viene raccontato attraverso la fatica della cura mentre la vittima viene descritta attraverso il proprio presunto peso.
Quindi no, il problema non è Bianca, non è Roma e non è nemmeno la sensibilità di qualche giornalista particolarmente maldestro: il problema è un dispositivo narrativo riconoscibile e ripetibile, ed è proprio per questo che parlarne può essere utile.
La prossima volta proviamo a cambiare le domande
Se c’è qualcosa che vorrei restasse dopo la cronaca di Pietralata non è soltanto l’indignazione per una parola usata male o la richiesta di usarne una nuova; vorrei che restasse un piccolo metodo, perché i metodi hanno il vantaggio di poter essere utilizzati anche quando l’emozione del caso specifico è passata.
Quando una persona disabile viene uccisa da chi la assiste, basterebbe per esempio osservare il racconto e domandarsi chi possiede più dettagli biografici: sappiamo che cosa amava la persona morta, che vita conduceva, quali relazioni aveva, oppure conosciamo soltanto diagnosi, percentuale di invalidità e numero di ore di assistenza? Quanto spazio dedichiamo alla condizione dell’omicida e quanto alla soggettività della vittima? La mancanza di servizi viene raccontata come una responsabilità politica da correggere oppure diventa progressivamente una spiegazione del gesto? Useremmo espressioni come «atto d’amore», «liberazione», «gesto disperato» o «non poteva più farcela» se la persona uccisa non fosse disabile?
Sono domande giornalistiche, ma sono soprattutto domande da lettori, perché il modo in cui una notizia viene raccontata funziona soltanto se trova dall’altra parte un immaginario disposto a riconoscerla.
Per questo non mi interessa chiedere di smettere di parlare dei caregiver, anzi: vorrei che ne parlassimo meglio, sottraendoli alla retorica dell’eroismo che spesso è il modo più economico con cui lo Stato evita di fornire servizi veri. Una madre non dovrebbe essere celebrata perché sacrifica completamente la propria esistenza per assistere un figlio, dovrebbe poter contare su un sistema che consenta a entrambi di avere una vita. Un padre non dovrebbe essere lasciato solo fino all’esaurimento, dovrebbe poter chiedere aiuto prima che la situazione diventi ingestibile. La soluzione però non può essere costruita rendendo la persona disabile il problema dal quale liberare qualcun altro, perché altrimenti avremo cambiato l’organizzazione dell’assistenza senza avere modificato di un millimetro l’idea che sta sotto.
Ed è l’idea che mi interessa.
Quella secondo cui le nostre vite sarebbero meravigliose quando diventano esempi di resilienza, commoventi quando qualcuno si sacrifica per noi, costose quando chiediamo assistenza, pesanti quando serve troppo tempo, ma raramente semplicemente vite, con lo stesso diritto elementare all’inviolabilità che riconosciamo senza aprire un dibattito economico a quelle degli altri. Nel pezzo di Vanity Fair sono partita dal contrassegno che Bianca aveva sopra il suo attaccapanni al nido, quel piccolo simbolo assegnato ai bambini che ancora non leggono il proprio nome e che permette loro di riconoscere un posto come proprio. Di Bianca conosciamo invece soprattutto le informazioni che servono agli adulti per interpretare la sua morte: cinque anni, una nascita prematura, una disabilità definita grave, una famiglia seguita dai servizi sociali. Il resto è quasi completamente assente. Continuo a trovarla una sproporzione feroce, non per sentimentalismo ma perché dentro quella sproporzione c’è esattamente il problema che provo a nominare: abbiamo ricostruito con enorme precisione quanto fosse complesso occuparsi di Bianca senza sentire la stessa urgenza di sapere chi fosse Bianca.
Forse il disabilicidio comincia a diventare comprensibile molto prima dell’omicidio, quando una persona smette lentamente di essere percepita come il soggetto della propria vita e diventa il contenuto della vita di chi la assiste.
È per questo che continuo a usare quella parola, pur sapendo che non risolverà niente da sola, perché almeno ci costringe a cambiare per qualche secondo la direzione dello sguardo. Non chiede di negare la solitudine delle famiglie, non assolve lo Stato dai suoi fallimenti e non trasforma la cura in un mestiere facile; chiede una cosa molto più elementare e, evidentemente, ancora poco scontata: che quando una persona disabile viene uccisa la prima persona dalla cui parte raccontiamo la storia sia quella che non può più raccontarla.
Nel caso di Pietralata quella persona si chiamava Bianca e aveva cinque anni.
Questa volta, prima delle attenuanti, proverei a partire da lei.