Partiamo dai numeri, che è un modo meno ricattatorio di cominciare rispetto alla commozione. Domenica 27 settembre il film su Carlo Acutis trasmesso da Canale 5 ha fatto 4.269.000 spettatori e il 29,6% di share, con picchi del 40%, battendo tutto il resto della serata, e già questo sarebbe una normale vittoria Mediaset se non fosse per il dettaglio che cambia tutto, cioè l’età di chi stava davanti allo schermo. Nella fascia 15-34 anni il film ha toccato il 32,6% di share, e stando ai dati sul pubblico più giovane è arrivato a punte intorno al 37% tra i 15-24enni e addirittura al 41% tra i bambini. Un film su un quindicenne morto di leucemia nel 2006 è riuscito a incollare al televisore di casa proprio quella parte di pubblico che secondo tutti gli esperti la televisione non la guarda più, vive dentro uno schermo da sei pollici e non si lascia fregare da niente.
Da qui la battuta che gira in questi giorni, e che è pure buona, cioè che il vero e unico miracolo di Carlo Acutis è stato l’audience. La lascio a chi le battute le fa di mestiere, perché quello che interessa a me sta un gradino più sotto, ed è un meccanismo che conosco molto meglio della media di chi in questi giorni commenta, per la ragione semplice che a me quel meccanismo lo applicano da viva.
Il punto non è se un adolescente santo sia un buon modello da proporre ai ragazzi, discussione che riempie i giornali mentre gli stessi governanti si arrovellano su come tenere i figli lontani da pc e tablet, salvo poi indicargliene uno che a nove anni programmava in Java. Quella questione la lascio ai columnist che se ne stanno occupando. Il punto che voglio sollevare io è il modo preciso in cui una società prende un corpo giovane che ha sofferto, si è ammalato ed è morto troppo presto, e invece di lasciarlo essere quello che è, cioè una tragedia, lo trasforma in un simbolo, in una lezione, in una figurina da tifare. Questo passaggio lo conosco a memoria, e lo conosciamo bene le persone con disabilità, perché è la cosa che ci capita addosso ogni giorno senza che ci sia bisogno di morire prima.
Serviamo a chi ci guarda
Esiste una funzione sociale precisa che i corpi malati e i corpi disabili svolgono nell’immaginario collettivo, ed è una funzione di servizio verso gli altri. Serviamo a far sentire fortunato chi sta bene, a dare una lezione di forza d’animo a chi si lamenta per il traffico, a ricordare a chi guarda che la vita è breve e quindi va vissuta bene. Siamo utili come promemoria, non come persone.
Il corpo che soffre diventa amabile, anzi amatissimo, nel momento esatto in cui smette di essere qualcuno con problemi concreti e diventa un significato per qualcun altro. Carlo Acutis, che era un adolescente vero morto di una malattia vera, con attorno un dolore vero, nel racconto pubblico si trasforma nel beato-nerd, il ragazzo della porta accanto che però era santo, il modello rassicurante da mostrare agli adolescenti in carne e ossa che stanno sui social e fanno preoccupare i genitori. La sua malattia finisce dentro una storia che non parla più di lui ma di noi che guardiamo, del bisogno che abbiamo di credere che da tutto quel dolore venga fuori un senso, una missione, qualcosa che ci consoli.
Lo stesso trattamento lo riceviamo noi da vive, in versione laica e quotidiana. La persona con disabilità che “nonostante tutto sorride”, che “è un esempio per tutti”, che “ci insegna a non lamentarci”, è lo stesso santino senza il processo di canonizzazione. A noi non si chiede di esistere come persone, con i diritti che ci vengono negati, le giornate che vanno storte e il diritto di essere pure antipatiche quando ci gira, ci si chiede di significare qualcosa per chi ci osserva, di ispirare, di consolare, di rendere insomma un servizio emotivo a chi sta meglio di noi.
E mentre svolgiamo questo servizio, i numeri che non vanno in prima serata raccontano un’altra storia. In Italia, secondo i dati Istat, ha un lavoro solo circa un terzo delle persone con disabilità in età lavorativa, contro quasi il 60% del resto della popolazione, e tra le donne con disabilità la quota scende ancora, intorno al 26%, mentre nel Sud per chi ha limitazioni gravi si precipita sotto il 20%. Più di una famiglia su quattro con dentro una persona disabile è a rischio povertà o esclusione sociale. Questi corpi qui, quelli che faticano a trovare lavoro e arrivano a fine mese con l’acqua alla gola, non li santifica nessuno, non ci fanno il film la domenica sera, non commuovono l’amministratore delegato di Mediaset.
[Da qui in avanti è per gli abbonati. Scrivo chi decide quali corpi che soffrono diventano simbolo amato e quali restano problema da gestire, perché il santino non protegge nessuno, e perché io di diventare la vostra lezione di vita non ho nessuna intenzione. Se ti va di continuare, l’abbonamento costa 7 euro al mese.]