Il 5 settembre il Telegraph ha pubblicato un articolo con un titolo che è già una posizione: “How having a disability became cool.” Come la disabilità è diventata figa. E dentro c’è tutto un campionario che ormai conosciamo a memoria: POTS, autismo, ADHD, Long Covid, autodiagnosi, e la parola che tiene insieme il pacchetto, quella che serve proprio a squalificare in partenza chi ne parla, cioè sickfluencer. Malato-influencer. Uno che della propria malattia, sottotesto, ci campa o ci gode.
Ora, sgombriamo il campo, perché non voglio passare per quella che difende qualsiasi cosa purché abbia un hashtag. I problemi veri esistono. C’è disinformazione sanitaria a palate, ci sono diagnosi fai-da-te prese per oro colato, ci sono professionisti discutibili che vendono percorsi improbabili, e ci sono contenuti che prendono una condizione complessa e la riducono a dieci slide con lo sfondo pastello. Tutto vero. Su questo si può e si deve discutere.
Ma c’è una differenza enorme, gigantesca, tra criticare quei fenomeni lì e usarli come una lente per mettere sotto sospetto chiunque abbia la faccia tosta di raccontare in prima persona cosa gli succede nel corpo. E l’articolo del Telegraph, come tanti altri prima di lui, quella differenza la fa sparire. Nel dubbio, sospetta di tutti.
Il copione lo conosciamo a memoria
Perché diciamocelo, la struttura del sospetto non l’hanno inventata adesso con i sickfluencer. È vecchia, collaudata e chiunque abbia una disabilità la conosce sulla propria pelle da sempre.
Se una disabilità non si vede, la devi dimostrare, come un imputato. Se usi la carrozzina ma ogni tanto ti alzi in piedi per prendere qualcosa dallo scaffale, ecco che qualcuno al supermercato fa due conti e conclude che stai fingendo, come se la carrozzina fosse un test binario e non uno strumento che usi quando serve. Se hai una malattia cronica ma su Instagram ogni tanto sorridi, allora forse non stai poi così male, perché nell’immaginario collettivo il malato vero è cupo a tempo pieno. Se ne parli molto, allora te ne sei fatta un’identità, quasi fosse un difetto. E se trovi altre persone che vivono la tua stessa esperienza e vi riconoscete, ecco la stoccata finale: forse è solo una moda. Ogni singola clausola di questo copione ha un’unica funzione, ed è rimettere la persona malata al suo posto. Il posto è quello di sempre: dimostrare, giustificarsi, chiedere scusa per l’ingombro, e soprattutto non prendersi troppo spazio.
Qui scatta il cortocircuito, quello che secondo me nessuno di questi articoli ha il coraggio di guardare in faccia. Per anni, decenni, abbiamo detto alle persone disabili esattamente il contrario. Esci dall’invisibilità. Raccontati in prima persona invece di lasciare che siano gli altri a parlare di te. Occupa lo spazio pubblico. Fai sentire la tua voce. Lo abbiamo scritto nei convegni, nelle campagne, nei manifesti dell’inclusione.
Poi è successo davvero: le persone disabili e malate hanno preso i social, hanno raccontato, si sono trovate, hanno fatto comunità, in certi casi ci hanno pure costruito un lavoro, esattamente come fa qualsiasi altra categoria di esseri umani su internet. E la reazione qual è stata? Che forse adesso sono diventate troppo visibili.
[Il resto di questo articolo è per gli abbonati. Qui sotto scrivo cosa si nasconde davvero dietro la parola “cool”, perché il fastidio è selettivo, e cosa c’entra il denaro con tutto questo. Se ti va di leggerlo, l’abbonamento costa 7 euro al mese.]