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L'attivismo non ha un listino

14 Agosto 2026

di Valentina Tomirotti

Un commento di Elena Panciera mi ha costretta a mettere in fila due contabilità che tengo separate da anni, una che si fattura e una che si paga soltanto.

Le e-mail arrivano quasi sempre con la stessa formula. “Ci piacerebbe averti con noi per portare la tua testimonianza”, si legge nella 3ª riga e, a quel punto, so già che il budget dell’evento copre il service audio, il catering, i gadget di ringraziamento per i relatori, mentre per la persona disabile che dovrebbe salire sul palco è previsto il rimborso del treno. La testimonianza, nel lessico corrente, è quella cosa che una persona con disabilità offre gratuitamente perché ha avuto la fortuna di vivere qualcosa di interessante. Quando rispondo che lavoro su preventivo, capita che l’interlocutore si scusi come se avesse commesso una gaffe personale, il che è quasi peggio della richiesta iniziale, dato che significa che l’ipotesi di pagarmi non era stata scartata: non era proprio comparsa.

Racconto questo perché è il punto da cui va guardata la domanda che Elena Panciera ha lasciato sotto un mio post qualche giorno fa su Linkedin. Scriveva di non essersi definita attivista per anni, dato che quello che faceva per convinzione somigliava troppo a quello che faceva per vivere, e per la stessa ragione non ha mai chiesto il tesserino da giornalista mentre curava la comunicazione di alcune aziende. Oggi quella parola la usa, timidamente. Poi ha aggiunto la frase che vale più di tutto quello che sto per scrivere: “so per certo che lavoro di meno, proprio per questa postura”.

Io il tesserino l’ho preso. Faccio formazione dentro aziende che in qualche caso hanno prodotto esattamente le barriere di cui parlo mentre sono in aula da loro, quindi sono la persona meno adatta a sostenere che il conflitto non esista.

Il confine non passa dove tutti lo cercano

Per anni ho sentito ripetere che l’attivismo autentico è quello che non viene retribuito, come se la fattura fosse il momento in cui una posizione politica si svaluta. È una lettura comoda, però individua la linea nel posto sbagliato.

La differenza non sta nel fatto che ci sia o meno un compenso, ma nella direzione in cui si piega il proprio lavoro. Se i valori diventano un accessorio da indossare quando conviene, allora è marketing. Se invece sono loro a orientare le scelte, anche quando hanno un costo economico, reputazionale o professionale, allora c’è una dimensione di attivismo. Detta così sembra una formula elegante. Nella pratica quotidiana è un’operazione fastidiosa, perché ti obbliga a verificare ogni volta da che parte stai piegando, e la risposta non è mai definitiva: vale per quel singolo incarico, per quel singolo paragrafo che stai per togliere.

Chi pretende che tutto resti gratuito in nome della purezza, intanto, sta costruendo un filtro censitario. Se occuparsi di diritti deve costare soltanto, se ne occuperà chi ha una rendita alle spalle e, nel caso della disabilità, viste le percentuali di occupazione e l’entità dei sostegni pubblici, parliamo di una minoranza dentro una minoranza. La gratuità imposta dall’esterno viene presentata come garanzia di indipendenza. Sposta il microfono verso chi può permettersi di non guadagnare, lasciando fuori esattamente le persone la cui competenza è nata dalla condizione che le tiene ai margini del mercato del lavoro.

Come si misura la direzione

La direzione non si dichiara nella bio. Si vede nei momenti in cui prende una piega e costa qualcosa.

Ci sono le segnalazioni che scrivo al Comune per la quarta volta sapendo già come andrà a finire. Ci sono i messaggi di persone che non conosco, le quali mi chiedono come si ottiene una cosa che gli spetta per legge, ai quali rispondo anche quando la risposta richiede mezz’ora di ricerca normativa che nessuno mi rimborsa. C’è la verifica dei luoghi, che faccio di persona prima di scriverne una riga, perché è l’unica cosa che rende credibile quello che pubblico dopo. Ci sono soprattutto le volte in cui dichiaro che una struttura non è accessibile pur essendo stata ospitata bene, sapendo con esattezza quale sarebbe stata l’alternativa conveniente, dato che l’alternativa conveniente me la propongono con una certa regolarità.

Anch’io vivo questa tensione ogni giorno: molto spesso significa rinunciare a lavori, opportunità o compromessi che sarebbero più comodi. È il prezzo di una coerenza che non sempre paga, almeno nell’immediato.

La prova arriva sempre nello stesso punto, che è quello in cui devo decidere se pubblicare una cosa che mi costerà un incarico. Se la pubblico, i valori stanno orientando le scelte. Se non la pubblico perché il committente si offenderebbe, allora ho appena piegato il lavoro dall’altra parte, e il fatto che il tema resti nobile non cambia niente. La militanza non si misura sugli argomenti che tratti, si misura su quello che sei disposta a perdere mentre li tratti.

Perché la formula “attivismo come lavoro” mi preoccupa lo stesso

Chiarito che il compenso non è il discriminante, resta un problema di sistema, che riguarda cosa succede quando la militanza viene costruita interamente come professione.

Un lavoro presuppone un mercato, un mercato esprime una domanda, la domanda premia i temi vendibili scartando quelli che mettono a disagio chi compra. Una militanza costretta a reggersi da sola sul piano economico finirebbe per selezionare le battaglie in base al rendimento, e le battaglie che rendono di più sono quasi sempre quelle che chiedono meno a chi ascolta. Il meccanismo è già visibile ogni volta che un’azienda finanzia con entusiasmo una campagna sulla percezione della diversità mentre lascia senza risposta le mail che riguardano l’ingresso da rifare, il sito da riscrivere, la procedura di emergenza che non contempla chi non usa le scale. Il potere di veto del committente, del resto, non viene mai scritto nel contratto. Funziona in via preventiva, attraverso le cose che smetti di scrivere prima ancora che qualcuno te le chieda, ed è per questo che l’unico modo di accorgersene è tenere il conto di quello che hai rinunciato a dire.

Quel conto non lo certifica nessun ente. La partita IVA attesta che so fare un mestiere e che c’è chi lo compra a un prezzo concordato, mentre quanto sono disposta a perdere quando il mestiere e le mie posizioni divergono resta una misura privata, verificabile solo a posteriori da chi ha la pazienza di guardare cosa ho scritto nei momenti in cui mi conveniva tacere.

Elena ha passato anni a non chiamarsi attivista per scrupolo, mentre intorno a noi quella parola la usa senza esitare gente a cui non è mai costata un cliente. Il conto lo tengono in pochi. Andrebbe letto più spesso.

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