Quando scambiamo l’ammirazione sportiva per pietismo motivazionale, riducendo le persone con disabilità a strumenti per la nostra crescita personale.
Scorri il feed di Instagram o TikTok. Ti imbatti in un video: c’è uno sciatore paralimpico, Davide Bendotti, che sta gareggiando. Sottofondo musicale empatico e avvincente, possibilmente Unstoppable di Sia. In sovrimpressione, il volto commosso di un* creator non disabile che ci ammonisce: “Guardate questa persona. E noi che ci lamentiamo delle sciocchezze. Non abbiamo scuse”.
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Tutto bellissimo, tutto molto commovente. E tutto profondamente, irrimediabilmente sbagliato.
Quello a cui stiamo assistendo non è un omaggio allo sport, e non è nemmeno vera empatia. È un fenomeno sociologico molto preciso che l’attivista australiana Stella Young ha battezzato “Inspiration Porn” (pornografia dell’ispirazione). E se vogliamo iniziare a parlare di disabilità in modo maturo, è arrivato il momento di smontare questa narrazione pezzo per pezzo.
C’è un video che sta girando online in questi giorni: una mental coach commenta, visibilmente ed emotivamente scossa, la discesa mozzafiato dello sciatore paralimpico Davide Bendotti. ascoltando le sue parole, si materializza un manuale perfetto di abilismo interiorizzato.
“Arrivano loro a ricordarci dov’è il limite umano […] Credo che le paralimpiadi debbano essere viste prima delle olimpiadi, perché noi abbiamo veramente necessità di imparare così tanto e di ricordarci quanto diamo le cose per scontato. […] L’unica cosa che possiamo fare noi è rubare il contenuto espresso con quella consapevolezza di chi è diventato saggio.”
L’oggettivazione del “Super-Crip”
L’intento di chi condivide questi contenuti è quasi sempre puro. C’è un genuino senso di meraviglia e l’intenzione lodevole di elogiare l’atleta. Ma nel discorso pubblico sull’abilismo, l’intento non cancella l’impatto. E l’impatto di questa retorica è la disumanizzazione. Quando usiamo un atleta con disabilità come monito per ricordarci “quanto siamo fortunati”, lo stiamo svuotando della sua individualità. Quell’atleta non è lì per gareggiare, per vincere una medaglia, per battere un record personale o semplicemente per fare il suo lavoro. Diventa, improvvisamente, uno strumento didattico a uso e consumo delle persone senza disabilità. Una specie di santino motivazionale utile a farci sentire meglio con noi stessi o a darci la spinta per alzarci dal divano.
Questo meccanismo poggia su quello che gli studi sulla disabilità chiamano il Trope del Supercrip (il super-disabile): ci stupiamo in modo esagerato e quasi infantile di un’azione complessa compiuta da un corpo non conforme. Non compiono quelle imprese per un miracolo mistico, ma perché sono atleti d’élite che si spaccano la schiena in allenamento, esattamente come i loro colleghi olimpici. Lo stupore morboso sposta l’attenzione dal loro sudore alla loro cartella clinica.

La dittatura del “Dramma Vero”
C’è un altro aspetto insidioso in questa narrazione: la presunzione della tragedia. I video motivazionali parlano spesso di “assenza vera”, “dolore inimmaginabile”, “dramma quotidiano”. Questa è una proiezione della società abile. Noi guardiamo un corpo disabile e pensiamo: “Se succedesse a me, la mia vita sarebbe finita”. Quindi, di riflesso, assumiamo che la persona con disabilità viva in uno stato di costante tragedia shakespeariana e che ogni suo respiro sia una titanica vittoria contro l’oscurità, ma la realtà è molto più prosaica. Per moltissime persone, la disabilità non è un dramma che necessita di essere trasceso: è semplicemente il modo in cui il loro corpo abita il mondo. L’ostacolo più grande, spesso, non è la condizione medica in sé, ma la mancanza di rampe, le barriere architettoniche, la burocrazia estenuante e, non ultimo, lo sguardo pietistico di chi li considera “angeli coraggiosi” invece che normali cittadini.
Imparare a guardare lo sport
Continuare a dividere il mondo in un “Noi” (sani, fortunati, che devono imparare la lezione) e un “Loro” (rotti, sofferenti, saggi maestri di vita) non fa che allargare il fossato della marginalizzazione sociale. Non c’è nulla di male nell’ispirarsi a un atleta eccezionale. Lo facciamo continuamente con campioni di ogni disciplina. Ma il parametro deve essere lo stesso. Dovremmo tifare per gli atleti paralimpici perché fanno tempi pazzeschi, perché hanno una tecnica invidiabile, perché la loro fame di vittoria è palpabile. Dovremmo esaltarci per i loro trionfi sportivi, non usarli come terapia d’urto per i nostri cali di motivazione del lunedì mattina.
La vera lezione che possiamo trarre non è “smetti di lamentarti perché c’è chi sta peggio”. La vera lezione è imparare a guardare le persone con disabilità non come metafore, ma come persone. E trattarle, finalmente, da pari.