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Quando impariamo ad accontentarci, vince l'abilismo.

11 Luglio 2026

di Valentina Tomirotti

Non è una riflessione su Ultimo. È una riflessione su noi e su cosa dovremmo pretendere invece di ringraziare.

C’è una frase che mi porto dietro da giorni e che non riesco a smettere di girare tra le mani, perché mi sembra che contenga qualcosa di importante e di doloroso allo stesso tempo, una di quelle frasi che sono vere e insieme tremendamente ingiuste, non nei confronti di chi le ha scritte, ma nei confronti del mondo che le ha rese necessarie.

La frase, per intero, era questa: non tutti abbiamo la tua fortuna, per me quello era l’unico modo per vivere un concerto.

L’ho ricevuta decine di volte, in varianti e contesti diversi, dopo aver espresso le mie perplessità eventi, situazioni pubbliche. E voglio partire proprio da quel “la tua fortuna”, perché è la parte che mi ha fatto più male e insieme più pensare. Dentro quelle tre parole c’è un rimprovero: “parli così perché tu puoi permettertelo, perché tu ce la fai, perché tu non sei messa come me” e quel rimprovero merita di essere frantumato.

La risposta è: sì, ci sono cose che io riesco a fare e altre persone con disabilità no, e non lo dimentico mai, ma il punto della mia critica non era vantare una fortuna. Era esattamente l’opposto. Era dire che nessuna di noi dovrebbe aver bisogno di fortuna per andare a un concerto, che la parola “fortuna” applicata al semplice fatto di poter partecipare alla vita è già la prova che qualcosa non funziona. Perché la fortuna, per definizione, è quello che tocca ad alcuni e non ad altri e i diritti non dovrebbero funzionare così.

Il punto, quindi, non è Ultimo. Non è nemmeno il concerto. È la domanda che quella frase porta con sé senza farla esplodere: perché una persona arriva a considerare un evento separato l’unica possibilità per vivere qualcosa di normale? E perché quella possibilità, invece di sembrare un ripiego, le sembra una fortuna da difendere anche contro chi la mette in discussione?

L’abilismo che non fa rumore

Esiste una forma di abilismo che non assomiglia alla discriminazione che siamo abituati a riconoscere. Non è il gradino davanti all’ingresso, non è la cattiveria esplicita, non è l’esclusione dichiarata. È qualcosa di molto più sottile e molto più difficile da nominare, perché agisce dall’interno, si installa nelle aspettative, riscrive verso il basso quello che consideriamo accettabile.

È l’abilismo che ci convince, nel tempo e attraverso mille piccole esperienze di esclusione, che certe cose non sono pensate per noi come i concerti affollati, i trasporti di sera, i locali senza ascensore, i festival con pavimentazione sconnessa, e che quindi, quando qualcuno ci offre una versione alternativa di quelle cose, dobbiamo essere grati invece di chiederci perché la versione originale non sia mai stata progettata per includere anche noi. La disabilità ti insegna, nel corso degli anni, ad abbassare l’asticella: non perché tu sia meno ambiziosa o meno esigente, ma perché l’ambiente intorno a te continua a dirti, in modi espliciti e impliciti, che certe esperienze non sono per te. E a un certo punto quella rinuncia diventa così normale che smetti di chiamarla rinuncia. La chiami vita.

Non sto descrivendo una fragilità individuale. Sto descrivendo un meccanismo culturale che funziona così bene proprio perché è invisibile a chi lo subisce mentre lo subisce. Ed è tanto efficace che, quando una di noi prova a nominarlo, la prima reazione arriva spesso da altre persone con disabilità: non lamentarti, accontentati, sii grata, non tutti hanno la tua fortuna. L’abilismo riesce a farci sorvegliare a vicenda le aspettative, a controllare che nessuna le alzi troppo. È il suo capolavoro. Non sto dicendo che non debbano esistere iniziative dedicate alle persone con disabilità, né che ogni contesto protetto sia per definizione sbagliato. Ci sono persone che per condizioni di salute specifiche hanno bisogno di ambienti diversi da un concerto di duecentocinquantamila persone, e quella necessità è reale, e la sicurezza non è un dettaglio è un diritto, e va garantita.

Il problema nasce quando l’evento separato diventa la risposta standard alla mancanza di accessibilità, invece di essere l’eccezione che accompagna un lavoro serio per rendere l’evento principale realmente fruibile. Quando la soluzione all’inaccessibilità non è rendere accessibile l’evento ma creare un evento parallelo, stiamo spostando il problema invece di affrontarlo. Stiamo dicendo, senza dirlo, che l’evento principale non cambierà, e che chi non riesce a starci può accontentarsi di una versione ridotta. Nessuno direbbe a una persona senza disabilità: il concerto è troppo affollato per te, però puoi venire alle prove due giorni prima. Lo chiameremmo un ripiego, giustamente. Per noi, invece, quel ripiego diventa troppo spesso un privilegio da celebrare e la distanza tra queste due parole, ripiego e privilegio, è esattamente lo spazio che l’asticella ha percorso verso il basso.

Fin qui la critica, ma una critica che si ferma alla denuncia lascia il lavoro a metà e soprattutto lascia il lavoro sempre alle stesse persone. Allora provo a dire cosa penso che dovrebbe cambiare e a dirlo con dei soggetti precisi, perché “bisognerebbe” senza un responsabile è solo un sospiro.
La prima cosa riguarda gli eventi separati e la dico chiara: un contesto protetto è legittimo solo se è temporaneo e dichiarato tale. Ha senso come tappa, non come destinazione. La domanda giusta da fare a chi lo organizza non è “grazie, ma perché non c’era prima”, è “bene, e qual è il piano perché l’anno prossimo io possa stare nell’evento principale?”. Se quel piano non esiste, l’evento separato non è un ponte verso l’inclusione, è un modo elegante per non doverla mai costruire e la differenza tra le due cose va pretesa per iscritto, non sperata nel silenzio della gratitudine.

La seconda riguarda chi progetta i grandi eventi e riguarda una mentalità che va rovesciata. Oggi l’accessibilità viene trattata come un problema di gestione del pubblico disabile: dove li mettiamo perché stiano al sicuro, come li accompagniamo, quale area recintiamo per loro. È la logica sbagliata, quella giusta si chiede una cosa diversa: come costruiamo un evento in cui la sicurezza di tutti è parte del progetto fin dall’inizio, invece di essere una toppa applicata alla fine? La prima mentalità produce recinti, aree dedicate, prove separate. La seconda produce eventi che funzionano per più persone senza doverle isolare. La competenza per fare la seconda cosa esiste già, ci sono professionisti che la fanno di mestiere, quello che manca è la volontà di considerarla un requisito e non un costo da comprimere.

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